Poesia, spiritualità ed allegoria: La Tartaruga Rossa

Un uomo, un’isola, la vastità del mare.

Michaël Dudok de Wit (premio Oscar nel 2001 per il cortometraggio Father and Daughter) regala al mondo un’opera che brilla di semplicità ed incanto, una fiaba dalle tinte tenui che contrastano con la dura sorte alla quale è destinato il protagonista del film. Presentato alla 69esima edizione del Festival di Cannes e vincitore del premio speciale Un Certain Regard, La Tartaruga Rossa mette in scena una storia dalle premesse alquanto semplici, sfoggiando però un contenuto profondamente commovente, una sorta di evocazione del ciclo della vita (dell’uomo e dell’animale).
Un naufrago, di cui non conosciamo il nome e che non sentiremo mai proferir parola se non qualche urla e schiamazzi di tanto in tanto, si ritroverà a combattere contro una natura selvaggia ed ostile, con la simpatica compagnia di alcuni granchi, deciso a lasciare l’isola ad ogni costo. Ma sarà proprio questo desiderio di fuga che lo porterà ad incontrare un’enorme esemplare di tartaruga rossa che in più occasioni ostacolerà i suoi piani di ritorno alla civiltà.

Ed è da questo punto in poi che il film perde ogni traccia di logica introducendo il personaggio di una donna fuoriuscita dal guscio della grande tartaruga, una figura femminile che lentamente si approccerà all’uomo dando alla luce un figlio.

Nascita e morte, vita ed aldilà, terra e mare. Sono molti gli elementi in contrapposizione in La Tartaruga Rossa, tanto che lo spettatore spesso si ritrova ad interrogarsi: quando finisce la realtà e dove ha inizio il sogno?
Il confine fra apparenza e coscienza è labile e sottile tanto quanto il velo dell’acqua che separa la zattera di bambù, costruita dal naufrago per fuggire, dalla profondità del mare.
Il regista vuole farci riflettere sulla potenza della natura, una natura che da e che toglie, una natura che può apparire minacciosa come ospitale, ma questa è l’unicità della vita, del tutto imprevedibile, spesso inspiegabile, un ciclo che si ripete e che durerà nel tempo, oltre la morte.

Il naufrago sfida i suoi limiti e quelli dell’isola, lotta contro la solitudine che lo affligge, nutre rabbia nei confronti di quella creatura marina che non vuole lasciarlo andare, un odio che sfocerà nella violenza e nel conseguente senso di colpa e di rimorso. Eppure dopo questo triste episodio, la vita sembra sorridergli nuovamente offrendogli una possibilità di felicità con una giovane donna dalla fluente chioma rossastra. Un Adamo ed Eva che imparano a conoscersi, anche qui senza l’uso della parola, perché La Tartaruga Rossa ha un modo tutto suo per spiegarsi, portando così il pubblico ad addentrarsi con maggior empatia nella mente del protagonista.

L’amore lo porterà a cominciare un nuovo capitolo della sua vita, a darsi una seconda possibilità (che gli è stata concessa dalla natura, teniamolo a mente), dando alla luce un nuovo essere vivente.
Questa singolare famiglia attraverserà momenti grigi e momenti sereni, scoprendo man mano tutte le gioie e le difficoltà che il fato ha in serbo per loro.

Forse non è sempre così semplice capire cosa sta accadendo, si ha quasi la sensazione che tutto ciò che stiamo vedendo sia troppo grande per noi, ma il risultato è la percezione di essere di fronte al più incredibile, al più magnifico sogno che abbiamo mai visto. Per quante innumerevoli domande ci si ponga, si continua a galleggiare insieme al film, lasciandoci cullare dalle melodie, dai rumori delle canne di bambù che si scontrano con la brezza marina, accettando ogni cosa, ogni allegoria, ogni morale.

La Tartaruga Rossa vede alla produzione lo Studio Ghibli, nota casa di animazione giapponese capitanata dagli immensi nomi di Hayao Miyazaki ed Isao Takahata.
Come nelle opere dei registi appena citati, il film di Michaël Dudok de Wit cura ogni singolo dettaglio, dando una vita vera e propria all’isola, forse la protagonista per eccellenza della pellicola.
Tranne che per la tartaruga che è stata realizzata in CGI, il resto è stato disegnato a mano con penna digitale, rendendo gli ambienti ricchi e lussureggianti di particolari, regalandoci giochi avvincenti di luci ed ombre.

Personalmente trovo che questo film sia indirizzato ad un pubblico più maturo, in grado di cogliere ogni sfumatura delle metafore e dei simbolismi, ma è senza ombra di dubbio uno spettacolo che potrebbe arricchire chiunque, grandi e piccini. Onore alla maestria del regista che da un concept visto e rivisto nella storia del cinema (quello del naufrago abbandonato a se stesso su un’isola deserta), ha realizzato un autentico e distinto capolavoro di animazione.

Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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