L’avenir – Le cose che verranno, una lezione di vita

Ma qual è la filosofia di questa generazione? Non che Dio è morto, questo punto è già stato sorpassato molto tempo fa. Forse bisognerebbe formularlo così: la Morte è Dio.

(Saul Bellow, Herzog)

Nathalie (Isabelle Huppert) è una professoressa di filosofia che vive e insegna a Parigi assieme al marito, ha due figli che crescono e stanno diventando sempre più indipendenti e una madre (Edith Scob), un’ex modella e attrice sul viale del tramonto, che alterna momenti di euforia ad altri di depressione. Quasi di colpo, in concomitanza col riaffacciarsi nella sua vita di un vecchio studente, la vita di Nathalie cambia in maniera sostanziale e quello che è un momento di crisi diventa anche un periodo di totale felicità e senso di libertà.

Mia Hansen-Løve, autrice del film, apre il suo L’avenir – Le cose che verranno con un paradosso: il titolo si staglia tra mare e cielo poco distante da un tumolo di pietra su cui svetta una croce. Vita e Morte suggellate nello stesso frame in quello che è un legame indissolubile (impossibile è infatti pensare a una cosa escludendo l’altra). L’esistenza per come la conosciamo, compresa tra questi due poli antitetici e complementari, non è altro che un viaggio, un momento d’attesa, in cui è racchiuso il senso di tutto. Si può far parte di questo mondo interrogandosi sulle leggi che lo governano o ce ne si può infischiare, facendo finta di nulla. Non c’è una modalità giusta e una sbagliata. Di fatto, non si fa altro che attendere che il tempo si esaurisca, ma l’attesa in quanto tale, priva di azione, è solo perdita di tempo.

C’è una celebre “striscia” dei Peanuts in cui Linus sta guardando un libro senza capirci nulla perché non sa ancora leggere e dopo poco va da sua sorella Lucy per chiederle di leggerglielo. Lei, crudele e cinica come sempre, non ne ha nessuna voglia e finisce col riassumerglielo così: “Un uomo nacque … visse e morì! Fine!”. Linus, rimasto da solo, perplesso e pieno d’interrogativi, dice tra sé e sé: “Che storia affascinante! Si rimpiange di non aver conosciuto il protagonista”. La filosofia dei Peanuts è materia di studio e dibattito da decenni e in parte, assieme a fumetti, videogames, serie tv e altri universi, ha sostituito con successo i saggi e gli studi d’illustri pensatori comparsi durante tutta la storia dell’umanità, in pratica i principali oggetti d’interesse dei protagonisti di L’avenir – Le cose che verranno.

La filosofia, come la Letteratura e le altre forme di espressione artistica e di pensiero, non possono dare risposte definitive sui grandi interrogativi della vita, ma se non altro la riempiono, le danno un senso. Nathalie, ma anche suo marito o il suo allievo, trovano rifugio, conferme e conforto negli studiosi dei cui libri si circondano: Arthur Schopenhauer, Pierre-Joseph Proudhon, Hans Magnus Enzensberger, Günther Anders, Theodor Adorno e tutti gli altri che sbucano fuori dalle librerie gonfie di libri o dai dialoghi zeppi di ansie, agitazioni e citazioni ad hoc. Si crea un rapporto intimo e confidenziale tra scrittore e lettore, quasi personale, come se questi autori non solo fossero delle grandi menti, ma anche individui presso cui trovare rifugio, a cui ci si rivolge per nome, che si finisce col conoscere meglio degli amici di tutti i giorni.

La cultura permette di elevarsi spiritualmente e socialmente, tutto vero, eppure può diventare anche grande fonte di nulla se messa in bocca a chi ne fa un esplicito “abuso” solo per provare qualcosa a qualcuno, come nel caso della comunità, sperduta tra i monti, di pseudo-hippie tecnologizzati che blaterano di dogmi mentre fumano, inquinano e consumano quello che, stando alle arzigogolate argomentazioni di cui si fanno forza per cementificare il loro considerarsi “diversi”, non dovrebbero.

Nathalie riesce a barcamenarsi attraverso tutto questo e molto di più, ma tra i tanti ci sono due rapporti che vale la pena di evidenziare: quello con l’anziana madre, a cui bada come se si trattasse di una figlia bisognosa di costanti attenzioni (un ribaltamento di prospettive tipico della fase senile dei genitori), un legame tra le due donne che, seppure mostrato solo in una manciata di scene (quattro, non molte di più), viene esemplificato con una soluzione registica immediata: Nathalie di fianco allo specchio su cui si riflette l’immagine di sua madre, versione e previsione di come potrà essere lei nel futuro (“l’avenir”, per l’appunto); e quello con la gatta Pandora (l’animale domestico, per modalità d’interazione con la sua padrona e per via di quel menefreghismo egoistico tipico dei felini, ricorda un po’ quello di Elle), per la quale Nathalie nutre sinceri sentimenti indecifrabili, un misto tra affetto e desiderio di liberarsene il più in fretta possibile, che è anche quello che sembra provare per se stessa.

Se L’avenir – Le cose che verranno ha un merito è quello di non trattare nulla con superficialità (tutt’altro) e contemporaneamente di lasciare irrisolte diverse questioni perché l’esistenza e la ricerca di un senso in essa non possono essere sintetizzate né in un saggio di filosofia né in un qualsiasi testo scritto che pretenda di contenere tutte le risposte. Più che un film, quella di Mia Hansen-Løve sembra essere una lezione di vita assolutamente priva di supponenza alcuna. Un exemplum paradigmatico.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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