Faust, la cloaca umana di Sokurov

Nella prima scena del film, Faust ravana tra gli organi interni di un cadavere al fine di trovare l’ubicazione dell’anima umana. Questo dottor Faust, materialista e disilluso, è alla spasmodica ricerca del senso della vita, senza ovviamente successo alcuno. A lungo s’arrovella sul significato di: “In principio era il verbo” di giovannea matrice; ad essa preferisce la propria traduzione “In principio era l’azione”. Sokurov salta i preamboli che infarcivano il Faust letterario, evitando di mettere in scena Dio e le gerarchie celesti, e concentrandosi esclusivamente sulla nuda terra e la folle disperazione umana.

Questo grande teatro della vita, molto doloroso e poco generoso, grava tutto sulle spalle di Faust, che si ritrova tra i piedi un Mefistofele fulvo, anziano e deformato, di professione strozzino, a volte lascivo, spesso blasfemo, sempre mentitore. Siccome solo il Cielo è retto e la terra ne è la controscena arrovesciata, Mefistofele, sotto lo pseudonimo di Mauritius, ha le pudenda – minuscole – sul sedere. Porta Faust in tutti i luoghi della perdizione: in mezzo alle donne e nelle taverne di bassa lega, dove sembra fare un miracolo che però è mera manifestazione di potere, non di misericordia divina. Il duo fa tappa in tutti i luoghi della malattia e della morte, giacché, come dice Faust, “Quel che è fugace è fetore”. Mefistofele ne foraggia la lussuria e l’ossessione per l’innocente Margarete, portata sulla strada della perdizione per una sola notte d’amore, per cui Faust ha venduto la propria anima al diavolo.

Talmente sovrabbondante e ricco di riferimenti, visivi e concettuali, che costringono a più di una visione (prima si apprezza la lingua, poi le scene, che richiamano Courbet, Bosch, Rembrandt, Vermeer, i pittori fiamminghi in generale, ed infine il fine lavoro concettuale e filosofico che sta dietro alla sceneggiatura), Faust è una sontuosa opera in costume di inaudita potenza, che racconta la perdizione, i capovolgimenti e le ossessioni di un dottore umano troppo umano di fronte ad un Mefistofele che al contrario si crede infallibile Übermensch. Come dicevamo, non c’è spazio per la figura di Dio in questo ambiente eccezionalmente realista rappresentato da Sokurov, in un mondo che non sembra ospitare né salvezza né speranza. Un tuffo nell’immanenza più immonda e feroce, così in balia della perdizione che alla fine il più credente di tutti è proprio Mefistofele medesimo.

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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