In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi: le mele della discordia

Presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia lo scorso Settembre, In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi continua la tradizione di James Franco regista nel portare sul grande schermo i romanzi americani che più lo hanno appassionato nel corso della sua vita. Dopo As I Lay Dying e The sound and the fury di William Faulkner e Child of God di Cormac Mc Carthy, Franco decide di rispolverare anche John Steinbeck. E lo fa prendendo una delle sue opere meno note: La battaglia (sceneggiatura di Matt Rager) in cui i personaggi sono come “semi” che germoglieranno nelle opere successive dello scrittore fino a diventare frutti maturi in Furore.

Sondare il terreno

La nostra storia è una “battaglia incerta” che si apre nel 1933 tra i filari dei meli della California. Gli strascichi della Grande Depressione ci sono ancora, disseminati tra i lavoratori a giornata nella Valle di Togas. Il frutto della discordia sta maturando e il raccolto di ciò che rimane viene portato avanti, tra turni di lavoro massacrati e condizioni igenico-sanitarie precarie: James Franco dà così immagine e azione ai motivi che hanno alimentato la frustrazione e malcontento. Il racconto amaro di chi continua a sopportare le promesse non mantenute di quei tanto attesi salari “rispettabili” e la consapevolezza di non riuscire a sfamare la propria famiglia a fine giornata. Jim Nolan (Nat Wollf) è la voce fuori campo dell’incipit, sospesa tra il proprio riflesso allo specchio e i ricordi dell’infanzia. Ricorda di come suo padre gli diceva di controllare sempre le tariffe perché un lavoratore non deve farsi fregare. La narrazione ha inizio: la crescita personale del protagonista si intreccia allo sciopero dei lavoratori.

Jim nel ruolo di “nuova recluta” conosce subito il co-protagonista Mac McLeod (James Franco) presentandosi nell’appartamento dei radicali. I due, pur provenendo da background diversi, riescono a parlare la stessa lingua: l’intenzione di far scoppiare uno sciopero pianificato da Mac converge nella volontà di Jim di darsi da fare per sentirsi utile. Così i due saltano sul primo treno merci in transito, direzione: i campi di Bolton. Mac, da buon organizzatore, ha già pensato a tutto: mette in scena il loro arrivo, parla di costume e trucchi per “camuffarsi” da lavoratori agricoli e mischiarsi tra loro. Cercano London, il capo dei braccianti e nel frattempo si separano per sentire che aria tira nel gruppo. Si avverte la tensione, come l’acqua prima dell’ebollizione ma ottenere la fiducia delle persone non è cosa semplice. Bisogna attendere il momento giusto e se non arriva basta procurarsi l’occasione da sè: i due non esitano ad improvvisarsi “dottori” per assistere la giovane nuora di London, Lisa (Selena Gomez) durante il parto. La buona riuscita sarà decisiva per convincere gli altri della loro identità posticcia e soprattutto l’importanza di far fronte comune, di riuscire a collaborare insieme per superare le difficoltà. Aver dato una mano è stata l’oppurtunità di cui i nostri avevano bisogno per far breccia nei singoli ed essere così integrati nel gruppo. “L’aria era del tutto mutata. Non c’era più inerzia negli uomini. I dormienti venivano destati, informati della cosa e si univano al gruppo. Un fiotto di eccitazione passava nella radura e parve un moto di gioia” (La battaglia, John Steinbeck traduzione di Eugenio Montale edizioni Bompiani).

Ottenere dei diritti

Una delle scene chiavi del film, nonché tra le più efficaci a livello visivo è quella che esprime in immagine la lontananza dei due “fronti”. I lavoratori stanno cercando un accordo con Bolton (Robert Duvall), il proprietario dei frutteti. Avevamo già conosciuto la figura del magnate mentre si rivolgeva  ai “suoi uomini”, promettendo loro un posto fisso per una manciata di dollari. L’egemonia emergeva già nell’inquadratura che intagliava la figura dell’uomo contro lo sfondo del cielo e riusciamo ad avvertirla con la stessa intensità anche adesso che è seduto su una sedia mentre Jim e compagni rimangono in piedi davanti a lui. Un richiamo a John Ford, sebbene l’ufficio dello sceriffo si trovi, con  James Franco, a cielo aperto: tavoli e mura sono state sostituite da barriere invisibili ma non per questo meno palpabili. L’aria è tagliata in due dal duello verbale mascherato da intesa. I lavoratori tengono duro mentre i giorni trascorrono senza un nulla di fatto, il binomio composto dall’attesa logorante e dal morale a terra rischia di far crollare tutti i sacrifici da un momento all’altro. Poi sono spari, risse e inseguimenti. Mac dovrà motivare i suoi costantemente perché non sembrano poi così interessati a cambiare la propria situazione: sono fermi, incapaci di agire, passivi. L’unico modo per uscire dall’impasse è varcando il confine tutti insieme ma esiste un limite oltre il quale non è più possibile spingersi? Bastano pochi attimi per veder scoppiare la rabbia e che la violenza si tramuti in imbestialimento. Continuano le imboscate, le vittime e gli incendi ai granai di notte. In un’alba polverosa Jim e Mac si ritroveranno a parlare davanti alle ceneri, di come le speranze diventino macerie. 

Battersi per qualcosa di più grande di loro stessi, arrivando a sacrificarsi in nome della “causa” senza chiedere nulla in cambio. Forti dell’idea di ottenere (a qualunque costo) dignità e rispetto che sta alla base di ogni esistenza. Non importa se la loro battaglia sarà incerta e magari non andrà a buon fine perché sarà l’inizio di una catena di scioperi negli Stati Uniti per raggiungere lo stesso obiettivo, nonostante il percorso sia costellato da fallimenti e troppi lavoratori feriti, uccisi o arrestati. Ma come leggiamo nelle didascalie finali, nel 1935 qualcosa cambia: il Congresso approva il Wagner act con cui vengono garantiti vari diritti ai lavoratori come sindacalizzarsi, ottenere contratti collettivi e scioperare. Poi sarà nel 1938 con il “Fair labour standards act” firmato da Roosvelt che verrà istituito il salario minimo, gli straordinari e fissate a 40 le ore di lavoro settimanali.

Come emerge nei discorsi tra i personaggi, ciò che vogliono ottenere non può essere stimato materialmente in fama o ricchezza ma è sapere che hanno il controllo della propria vita e di incidere sugli eventi che gli capitano. È su questo bisogno che la battaglia si fonda e anche se la buona riuscita rimane una grande incognita, bisogna dimostare di avercela messa tutta. La canzone popolareWhich side are you on?chiude la pellicola nel ricordo dei motivi che hanno spinto Florence Reece a comporla nel 1931, durante lo sciopero dei minatori del Kentucky, in cui suo marito partecipò come leader. Musica e testo hanno subito delle varianti nel corso del tempo, adattandosi agli scioperi in nazioni diverse ma custodendo un messaggio simbolico in cui ogni lavoratore che lotta per ottenere i diritti essenziali può rivedersi.  “Non c’è altro mezzo per fare che gli uomini aderiscano a un movimento, se non quello di ottenere che ognuno porti qualcosa di sé”.

Dalla parte di John Steinbeck

Il romanzo La battaglia segna l’inizio della Dustbowl Trilogy, continuata con Uomini e topi e Furore. John Steinbeck aveva osservato sul campo le condizioni in cui si trovavano i lavoratori californiani e per questo ha maturato una sensibilità a loro vicina. La trasposizione cinematografica di James Franco, pur differenziandosi in alcuni punti dal testo originale, mantiene l’intenzione di preservare l’anima del libro: cambia quindi la forma, lasciando identico il contenuto. Il contesto storico può apparire lontano allo spettatore ma si tratta di una cornice: al suo interno, infatti, i singoli si muovono in base alle proprie personalità e desideri. Entrambi gli autori hanno messo in risalto “gli ultimi” della società, facendo emergere l’umanità di vite poste ai margini, spesso dimenticate. All’epoca in cui Steinbeck scrisse e pubblicò il romanzo, i critici e lettori percepirono subito la storia come qualcosa di diverso dai suoi libri precendenti. La loro difficoltà maggiore è stata nell’etichettarlo perché nonostante i personaggi appartengano al proletariato, il romanzo non può essere definito come radicale. Gli eventi descritti rimangono sospesi nell’atemporalità, l’occhio dello scrittore è sui problemi transitori a cui non seguono riposte definitive. La battaglia è la sua prima opera “lunga” ma legata alle precenti dallo stile oggettivo: il lettore “vede” i soggetti e gli eventi ma le volte in cui “sente” i pensieri di Jim sono pochissime. Il giovane protagonista trova nella causa il suo motivo d’essere, la sua identità. Si definisce per ciò che fa, non per ciò che dice: ha bisogno dell’azione.

La critica di Steinbeck è rivolta alla società del suo tempo, di come non sia stata in grado di incanalare l’energia dei tanti ragazzi come Jim verso scopi costruttivi. Ma i lettori contemporanei allo scrittore avevano difficoltà nel rivedersi nel protagonista perché distante da loro, soprattutto perché ignaro della triade di vizi “Bacco, tabacco e Venere”. Nelle pagine del romanzo, Jim emana una certa purezza, integrità, generosità e coraggio: virtù che lo contraddistinguono, avvicinandolo più ad un ideale cavalleresco piuttosto che ad un eroe del suo tempo. L’abilità di Steinbeck consiste nel camuffare con ironia una certa visione pessimista, allegorizzando lo spirito Ideale del protagonista. Il risultato è per Jim, quello di sentirsi estraneo al mondo in cui vive e da qui la “sua battaglia” di rendersi utile per riuscire ad appartenervi. Non mancano le scene in cui medita sulla propria condizione (come durante la pausa forzata dopo essere stato ferito alla spalla). “I lunghi filari dell’orto, chiazzati di sole, erano silenziosi, immoti. C’è troppa calma, mi fa sospettare. Allungò la mano e prese dal ramo una piccola mela stenta, che v’era rimasta. Dio com’è buona. Me n’ero scordato. Si dimenticano sempre le cose troppo facili”.

Dalla parte di James Franco

Franco ha un buon rapporto con il cast, lavora con attori che abbiamo già visto in alcuni suoi film precedenti. L’atmosfera sul set è da campo estivo, l’armonia e la collaborazione del gruppo è simile a quella delle compagnie teatrali. Il regista ha iniziato come attore e sa come tutto ciò sia fondamentale per mantenere una certa spontaneità. Bisogna essere pronti a mettersi in gioco, senza la paura di sbagliare. Si lavora tra pari: gli attori suggeriscono le proprie idee al regista-attore mentre alla performance non manca una certa dose d’improvvisazione, di adattamento alla situazione in divenire. James Franco sa che il suo personaggio “Mac” non è perfetto: ha come obiettivo la lotta per la causa ma si rende conto dei problemi che sorgono strada facendo perché l’obiettivo coinvolge inevitabilmente altre persone. Ma per attuare un cambiamento del genere, non solo individuale, ma anche sociale, è necessario un sacrificio. E lui è disposto a tutto, anche a barare pur di migliorare la condizione. Sacrifica gli altri e se stesso. Ogni personaggio ha la sua storia che non vediamo ma che sentiamo dalle loro voci, filtrando  il passato secondo una propria utilità. Il regista non ricorre all’allegoria per elevare la narrazione corale ma forte della lezione di Steinbeck, crea un perfetto connubio tra lo stile realistico e quello soggettivo.

Liberare una storia

Mac si appropria della storia del padre di Jim, che ha sentito da lui. La libera, facendola sua per darsi non solo un’identità valida e convincente agli occhi del gruppo ma anche per raccontare una vicenda che possa essere condivisa dal pubblico a cui si rivolge, aumentandone la coesione interna. Mac usa l’oratoria per arrivare agli altri, convincendo le persone a seguire una sua idea. Nel ruolo di leader vuole ottenere la fiducia, essere riconosciuto e sanzionato dai compagni. Li motiva perché “sono nel giusto”, dandogli la percezione necessaria per essere spinti all’azione. Spronandoli ricorre all’inganno e alla menzogna per “nobilitare” una causa portata da lui dall’esterno all’interno. Sa che è necessario farli sentire importanti, illudendoli di avere il controllo della propria vita. Gli individui si uniscono, il gruppo prende forma verso un obiettivo comune: lo sciopero. Mac manipola il rischio da correre per unire fine e mezzi. Ma da un’azione creata dall’inganno può uscire qualcosa di giusto ed onesto? Inutile soffermarsi a pensare quando bisogna agire con rapidità.

La causa sopra ogni cosa

Mac è un personaggio machiavellico a cui lo scrittore non risparmia le accuse. È ambiguo, non sappiamo chi è e da dove viene ma solamente ciò che vuole ottenere. Il suo bisogno di creare caos ed esserne al centro sarà soddisfatto dalle motivazioni che darà alle persone: accende la miccia, arrivando a sabotare una scala senza essere visto. Nel film, James Franco ha attenuato il disprezzo provato da Mac per le persone ma ha mantenuto il suo sangue freddo. Il suo “non posso star lì a pensare ai sentimenti della gente” per arrivare allo scopo prefissato, trova coerenza nelle azioni che intraprende: non si fa scrupoli ad usare corpi morti per fomentare la massa né a distogliere il compagno Jim da possibili coinvolgimenti sentimentali con Lisa. Riguardo alla “love story” tra Lisa e Jim si tratta di una divergenza rispetto al romanzo. Steinbeck allude ad un interesse reciproco tra i due giovani ma senza possibilità di sviluppo. Nel film, invece, la vicenda è amplificata nella sceneggiatura, facendole prendere però una direzione diversa rispetto all’originale, forse per far sognare un attimo lo spettatore, accantonando il tono pessimista e tragico del libro (seppur Steinbeck lo mitighi con un’amara ironia). “Voi credete che se poteste realizzare una volta l’idea tutto sarebbe fatto. Nulla esiste di fermo, Mac. Se poteste portare a compimento la vostra idea domani, ripartireste poi daccapo”.

Strutture che si sovrappongono

Steinbeck condanna gli sfruttatori, che ne La battaglia identifica sia negli agitatori come nei coltivatori capitalisti. Non salva nessuno: l’autore, dopo aver visto le purghe comuniste negli anni ‘30, ha considerato l’individuo subordinato a una causa come un affronto alla dignità umana. Dipinge degli individui passivi che hanno bisogno di essere spronati da chi come Mac e Jim arriva dall’esterno. Le idee dello scrittore rieccheggiano nei discorsi del dottore (un suo possibile alter-ego), personaggio che   nel film ha poco spazio nonostante molte sue frasi le sentiamo da Mac. La duplice funzione svolta dal dottore nel romanzo di istillare l’equilibrio con le sue parole e al tempo stesso di aiutare gli altri a ragionare facendogli vedere con più chiarezza la propria situazione, viene distribuito nel film ad altri (soprattutto riguardo la questione del posto sul quale accamparsi durante lo sciopero). Il dottore, in tutto ciò, rimane al di fuori: con lo sguardo posato sull’oggetto del suo studio. Vuole osservare da vicino il gruppo che si è formato perché gli appare come un nuovo individuo e non come un insieme di uomini. “Il gonfiore è la lotta del vostro corpo, il dolore la battaglia. Non potete dire chi vincerà ma la ferita è il primo campo di battaglia. Se le cellule perdono il primo scontro i germi invadono e il combattimento si estende fino al braccio. Mac, questi vostri moti sono simili all’infezione. Qualcosa è entrato nell’uomo, una piccola febbre si è sviluppata. Io debbo vedere e perciò devo essere dov’è la ferita”. 

Mac e Jim sono due facce della stessa medaglia, attori e osservatori in un sistema-cornice composto da lavoratori, agitatori e proprietari. Si parla della folla come di un’unica entità formata da più individui che presi nella loro singolarità si riveleranno ingranaggi essenziali per il buon funzionamento del gruppo e il raggiungimento della meta. La spinta d’accensione da parte di Mac è necessaria anche per soddisfare i propri stimoli: la dedizione-devozione che mostra alla causa non lo giustifica però dai metodi a cui spesso ricorrerà. Il dubbio rimane, non tanto su quale parte avrà la meglio, riuscendo ad aggiudicarsi il ruolo di vincitore perché l’incertezza è nelle radici: nel merito del singolo. La critica si fonda su chi viola la dignità dell’individio, una denuncia verso coloro che vedono gli altri come possibili strumenti da manipolare. Il titolo (ispirato allo scrittore da alcuni versi de Il paradiso perduto di John Milton) vuole essere un invito a mettere in dubbio le cause e le conseguenze del cambiamento. Quel senso di vago rimane anche a chi dopo aver letto il libro, assiste al finale del film in cui vi è una sostituzione-sovrapposizione dei due protagonisti. Il duale Mac-Jim si trasforma in utilità-unione alla non-luce dell’esito delle loro azioni mentre nella penombra non siamo in grado di distinguere a chi appartenga quel volto.

Innumerable force of Spirits armed,

That durst dislike his reign, and, me preferring,

His utmost power with adverse power opposed

In dubious battle on the plains of Heaven,

And shook His throne.

(John Milton, Paradise Lost, vs. 101-109)

Mariangela Martelli

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"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
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