Pirati dei Caraibi – La Vendetta di Salazar, basta vi prego

Sono Guybrush Threepwood e sono un temibile pirata!

C’è un momento in cui realizzi che Brenton Thwaites è vestito come Guybrush Threepwood, con una donzella da salvare e un pirata non morto da sconfiggere. Pensi “che figo, il film di Monkey Island“.
Poi ti svegli, ti accorgi che è Pirati dei Caraibi 5 e che è veramente inguardabile.

Non c’è critica, analisi o teorizzazione che tenga, ma Pirati dei Caraibi – La Maledizione della Prima Luna era ed è ancora un film ottimo. I due diretti sequel continuavano una storia pur tirandola con i capelli, ma funzionava tutto benissimo, con la sapiente mano di Gore Verbinski a gestire tutte le fila narrative delle diverse storie che si intrecciavano tra pirati buoni, pirati cattivi, giovani innamorati e marina Inglese.
A fare da sfondo, i mari dei Caraibi e relative maledizioni e leggende, oggetti mitologici e nemici immortali tra la vita e la morte a condire un racconto oliato alla perfezione. La fine del terzo capitolo chiudeva un’era a tutti gli effetti: per la saga, tutto si era chiuso, nessuna trama lasciata in sospeso e immaginare le avventure di Jack Sparrow in chissà quali peripezie. A livello culturale, l’impatto culturale e narrativo ha portato questa prima trilogia a cambiare il modo di vedere un film che era sì semplice prodotto blockbuster, ma che alzava ulteriormente l’asticella per quanto riguardava un concetto di storia, ‘legacy’ se vogliamo, collegare i fili e portare al cinema un unico grande racconto che poteva emozionare.

Poi anni di pausa, il cambio di cast tecnico e artistico, il quarto capitolo e l’abisso. Passare da Verbisnki a Rob Marshall aveva ammorbidito i toni, presentando sempre il classico dramma familiare condito dalla solita storia d’amore tra umano e sirena ma, tant’è, il film era senza mordente. Incassi alle stelle certo, il modus operandi inedito, anarchico e punk di Jack Sparrow ancora funzionava ma ci si accorgeva di come alcune crepe cominciavano a fare breccia ma si era in tempo per fermare tutto.

Ulteriori anni di stop. La Vendetta di Salazar viene ultimato a fine 2015, ma la Disney lo posticiva all’infinito viste le agende impegnate da il nuovo arrivato nella casa di Topolino, Star Wars. Dopo quasi due anni dalla sua realizzazione, La Vendetta di Salazar non è un film, ma un compendio che dichiara come il franchise, ormai, è morto e sopolto e le crepe viste sei anni prima, ora sono diventate voragini.
Non si scende troppo nel tecnico, non sono lì i problemi, ma c’è un’imbarazzante concezione artistica di tutta l’opera che è, semplicemente, vecchia. L’idea come la realizzazione ormai è satura, la storia è quella e si ripesca, anche nella mitologia, in quello che avevamo visto già nei capitoli precedenti.
Quel che ne esce veramente a pezzi è Johnny Depp: il suo Jack Sparrow non funziona più ed è diventato l’anello irritante in una catena di montaggio magari ben oliata, ma che il prodotto che ne esce alla fine è qualcosa di insipido.

Se più di quindici anni fa quel Jack Sparrow così anarchico e punk risultava qualcosa di sicuro fascino per il pubblico interessato, lo stesso Depp ha attinto a piene mani dal pirata per plasmare la sua stessa persona, riproponendo quel Jack Sparrow in tutte le salse possibili, risultando sempre una macchietta di se stesso. Basi pensare a The Lone Ranger o i due Alice nel Paese della Meraviglie – Alice Attraverso lo specchio.
Jack Sparrow è un manichino, quasi una comparsa, è sullo schermo sempre con bottiglia di rum in mano e a blaterare frasi sconnesse con l’intenzione di affascinare e divertire il pubblico, ma ahimè, un pubblico che ha visto nascere questa saga, già conosce tutto ciò, lo ha già visto e non può che restare attonita davanti l’ennesimo film dei Pirati dei Caraibi – il secondo di fila, in questa caso – che, praticamente, non ha più nessuna idea continuativa, o semplicemente, non ha più voglia di sbalordire.

Dopo la chiusura raffinatissima e agrodolce del terzo capitolo tra i personaggi di William e Elizabeth, che bisogno c’era di riprendere in mano una storia chiusa, riaprirla e richiuderla nuovamente? Negli ultimi anni Hollywood ha attinto da queste storie classiche o cult per girarci attorno, riscrivere gli eventi o inserire improbabili progenie. A livello narrativo è tutto buono per proseguire, ma in quanto a struttura è fallimentare perchè quando uno meno se lo aspetta, si troverà davanti quel “Io sono tuo padre” che nessuno voleva, o al massimo, vorremmo spiegato il motivo per cui, questo destino infame, metterà sempre insieme due parenti che non sapevano di essere tali.

Insomma, capito il problema?
Il format non funziona più, non ha più voluto evolvere, nonostante abbia valorizzato in grande il genere della avventura cinematografica, ma si è fermato lì. Il resto, Salazar compreso, è solo una macchina mangia soldi, perchè al netto di tante critiche, il boxoffice ha sempre regalato solide certezze.

Punto finale: Salazar. Che senso ha sottotitolare (titolo Europeo, in originale è Dead Men Tell No Tales, sicuramente più attinente al personaggio) La Vendetta di Salazar se poi il povero Javier Bardem appare per appena un 15 minuti su circa 129 totali? Non c’è vendetta, non c’è nulla, c’è solo un ottimo trucco e parrucco per un personaggio che non mostra mai la sua pericolosità mortale, ma semplicemente diventare un personaggio da inserire nella casella “Antagonista” negli fogli di ordini di del giorno durante la produzione.

Pirati dei Caraibi è, si spera, morto e sepolto, e davanti a tante parole, il cuore piange un poco, perchè nel rivedere i primi tre capitoli, ci si accorge con gioia che non sono ancora invecchiati e che brillavano di un’originalità, forse figlia di un miracolo di quel tempo.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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