Ritratto di famiglia con tempesta: l’ora degli affetti più cari

Ryota si guadagna da vivere pedinando mogli, mariti, amanti dietro commissione, dice sempre di voler riprendere la sua carriera da scrittore lì dove l’ha lasciata, ma il suo tempo forse è passato, sua moglie Kyoko l’ha lasciato ed è restia dal fargli vedere il loro figlio fino a quando non avrà pagato quello che le deve per effetto della sentenza di divorzio. Tra corse di cavalli e l’ingombrante spettro di un padre mai conosciuto per davvero, il protagonista di Ritratto di famiglia con tempesta le prova tutte per fare i conti con se stesso e le persone che ama. Durante una notte di tempesta, trascorsa fortunosamente nella casa della sua infanzia assieme al figlio Shingo e alle due donne più importanti della sua vita (sua madre e la sua ex moglie), tutto potrebbe essere rischiarato da una luce nuova.

I panni stesi, il baseball, il pachinko, i bruchi e le farfalle, i treni, i libri, l’atto di preparare il cibo e di consumarlo insieme alle persone care, il legame coi genitori, quello con i figli, la cornice domestica fatta di quattro mura e di tatami consumati, l’infinito dialogo sulla morte. Ricompare il carico di affetti, oggetti, dialoghi, situazioni, vicende, volti a cui Hirokazu Kore’eda ha abituato i suoi spettatori film dopo film, documentario dopo documentario, andando a comporre un tessuto di micro-storie cui si rimane incantati per la loro apparente semplicità e nelle quali, ciononostante, ci si smarrisce completamente.

Seppur ricorrendo a toni più cinici e situazioni più buffe del solito, Kore’eda raffigura ancora una volta un’umanità non astratta, non caricaturale, non falsata, ma vera. Ritratto di famiglia con tempesta (girato prima di Our Little Sister, ma distribuito successivamente) non è solo la conferma di uno dei più importanti registi giapponesi contemporanei, uno dei pochi ad aver assimilato col tempo la lezione dei maestri avvicinandosi e allontanandosi da loro, ma è soprattutto il riprendere un ininterrotto dialogo rimasto in sospeso col film precedente e destinato a non concludersi con quello successivo. Un po’ come quello con un vecchio amico che si rivede dopo un anno o due e che si riconosce sempre, non importa quanto tempo passi.

LA VITA È COMPLICATA

Quand’è che si smette di essere ragazzi e si diventa adulti? Qual è il momento che sancisce il passaggio da un’età all’altra? Basta diventare genitori? C’è una fase di vita che sconfina sempre nell’altra, in un verso (il futuro) e nel suo opposto (il passato). Rifuggendo ogni ipotesi residuale d’insegnamento, Kore’eda dipinge il ritratto di un uomo (Ryota, il protagonista) impossibilitato dallo stare immobile, dal non commettere errori e che sguazza in una vita i cui unici punti fermi sono suo figlio, avuto da una relazione (forse) finita per sempre, e i suoi genitori, l’una viva e l’altro recentemente deceduto.

Scrittore di un solo libro di successo quand’era più giovane, Ryota si è ridotto a fare il detective privato con tanto di teleobiettivo e strumentazioni audio come Gene Hackman in The Conversation per tirare su qualche soldo e provare ad essere autosufficiente. Non ha tuttavia rinunciato all’idea di tornare a scrivere seriamente: insegue e si tuffa in storie che possono fornirgli materiale narrativo a cui attingere, prende appunti su ciò che vede, appende post-it su idee che gli vengono in mente, sembra rifiutare la proposta -ai suoi occhi un po’ degradante- di lavorare ad un manga e dorme circondato da libri sparsi ovunque, tra cui decine e decine di copie del suo romanzo d’esordio.

Nessun ritratto edificante, nessun modello di riferimento: il protagonista di Ritratto di famiglia con tempesta ha le mani bucate e con scommesse sportive e lotterie nazionali brucia tutti i soldi che faticosamente (e, spesso, ingegnosamente) ha messo insieme. Pertanto, vorrebbe ricongiungersi con l’ex moglie, ma non riesce mai ad adempiere alle responsabilità economiche nel far fronte alle spese per suo figlio.

Ryota è animato dal caos di una vita che è andata in una direzione che non ha previsto, ma rifiuta di vivere secondo equilibrio perché non ne è capace o perché equivarrebbe per lui ad un’esistenza tagliata a metà. Non c’è pace nel suo animo, non può esserci fino a quando non avrà imparato a gestire meglio ogni cosa, passata e presente. Solo allora, tutto potrà forse trovare un suo posto.

LA VITA È SEMPLICE

Giunti alla terza età, tutto dovrebbe essere vissuto con più leggerezza. Non è una regola scritta, implicita, tacitamente accettata, ma il buon senso derivante dall’esperienza dovrebbe se non altro permettere di vedere ogni cosa per come realmente è: limitata.

Nel film, la saggezza e il pragmatismo dell’anziana Yoshiko (interpretata da Kirin Kiki, presenza fissa in buona parte della filmografia di Kore’eda) hanno dell’invidiabile: fatta eccezione per gruppi di ascolto di Beethoven, la madre di Ryota, dopo essere diventata vedova, ha rinunciato a fare altre conoscenze perché “farsi nuovi amici d’anziani vuol dire dovere andare a più funerali”, vive da sola, combatte con l’insonnia e, ogni qual volta il figlio torna a casa per scroccare un pasto (gli uomini fanno sempre troppa attenzione alla data di scadenza!) o per “prendere in prestito” qualche yen, se ne esce con massime filosofiche che non possono far altro che finire dentro il taccuino di Ryota, spunti e citazioni da utilizzare per il suo romanzo che sembra prendere sempre più forma ogni giorno che passa.

Mentre Ryota, Kyoko e Shingo sono a casa di Yoshiko, una tempesta (minaccia “benevola” presente lungo tutto il film) si abbatte furiosamente sulla città e impedisce loro di tornare alle rispettive abitazioni fino al mattino successivo. Che la pioggia sia così forte e che costituisca un pericolo così grande è vero fino a un certo punto, ma piove quanto basta per far sì che Yoshiko organizzi in un battibaleno una cena, un bagno caldo e dei futon per quella che è, seppure non unita, tutta la sua famiglia È un’orchestrazione improvvisata e perfetta la sua: così facendo, Ryota e Kyoko possono finalmente parlare con calma tra di loro e lei può passare del tempo con suo nipote, che vede così di rado.

Uno dei personaggi di Ritratto di famiglia con tempesta -non mette conto precisare chi- dice che quando si diventa grandi non si può vivere di solo amore. Se non altro, anche quando la vita non va come dovrebbe andare, col tempo bisogna imparare a godersi di più ogni momento e a vivere con più leggerezza, ma è qualcosa che si capisce solo quando si fa pace col mondo e con la propria esistenza. Yoshiko l’ha imparato, Ryota non ancora.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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