Perché Wonder Woman non è un film banale

Tu Che della caccia
Che ha sapore
Di morte e di vita
Sei la sovrana

Il tuo arco dorato
E le implacabili frecce
Accosti A quello del divino Fratello
Che riluce della luce del sole
Tu che le notti
E il chiarore di luna
Abiti, nascosta
E incontrastata

 

Wonder Woman non è banale perché non si ferma alla superficie e all’apparenza di questo personaggio ma si spinge oltre, scavando nella profondità dell’animo umano, andando oltre il visibile in una direzione che sfiora il reale e la spirituale, verso una dimensione della fede di non facile accettazione e comprensione.

Il nuovo film firmato dalla DC Comics supera le aspettative del mashup di Batman v Superman: Dawn of the Justice tentativo, dello scorso anno, criticamente discutibile, dove in un flash avevamo incrociato la nostra eroina.
Wonder Woman, dalla sua nascita nel lontano 1941, in piena seconda guerra mondiale, ha sempre vissuto sulla carta e in televisione, solo oggi raggiunge con un virtuoso salto i grandi schermi. Il film firmato da Patty Jenkins, che torna al cinema con la seconda regia cinematografica dopo una lunghissima pausa, consacra la guerriera a vero e proprio manifesto femminile contemporaneo, grazie al nuovo volto femminile di Diana Prince; Gal Gadot, modella israeliana, è la diretta discendente di Lynda Carter, dalla quale eredita le vesti e l’armatura.

Il tutto ha inizio in una Parigi del XXI secolo, la direttrice del Louvre riceve una valigetta da Bruce Wayne, contenente una vecchia foto ingiallita e logorata dal tempo; questo filo conduttore da l’avvio ad un lunghissimo flashback nei meandri dei ricordi passati della donna, lasciandoci guidare nella storia da una voce narrante.

Diana, figlia di Ippolita, Regina delle Amazzoni, donne guerriere fedeli agli dei dell’Olimpo, è l’unica bambina dell’isola di Themyscira, plasmata da una statuetta d’argilla dalla madre, cresce in bellezza e saggezza ed ha il desiderio di apprendere le arti del combattimento, percorso che intraprende sotto la guida severa della zia e senatrice Antiope. L’idilliaca vita sull’Isola Paradiso viene interrotta quando dal cielo cade uno strano oggetto, dove agli occhi di Diana si cela uno strano essere, un uomo.
Un soldato americano Steve Trevor, interpretato da Chris Pine, è precipitato in mare con l’aereo, durante la fuga dai tedeschi, fazione rivale durante il confitto; il giovane straniero per giustificare la propria presenza narra di una grande guerra che miete vittime tra soldati e civili innocenti e del suo ruolo come spia. Così, Diana attribuisce tale responsabilità al dio della guerra Ares, da tempo nascosto tra gli esseri umani, che in disparte corrompe e intorpidisce l’animo degli uomini, scatenando odio e discordie. È a questa verità che la ragazza matura la decisione di lasciare la propria isola alla volta dell’Inghilterra, per aiutare Steve nella sua missione; tuttavia, Diana non conosce tutta la verità a proposito della propria natura e si avventura nel mondo inconsapevole della sua reale essenza.

Wonder Woman non è banale perché non solo narra sistematicamente le origini di uno degli eroi dell’universo DC, ma presenta una riflessione che sfiora una visione cattolica del mondo e della vita, divisa tra un Dio buono e diavolo che semina discordia.
Rappresenta una struttura ibridata, tra mitologia e religione; l’epica degli dei dell’Olimpo ma visti quasi in una concezione monoteistica del culto cristiano.
Diana, dea della caccia, è una gioia per gli occhi dei maschietti, sia nel vederla combattere che muoversi così flessuosamente, accompagnata nell’entrata in battaglia da un jingle musicale tremendamente accattivante, oltre ai dettagli e alle rapide zoommate sulla figura marmorea e statuaria che precede il combattimento.
La stella, incisa al centro della tiara che indossa sulla fronte, eredità della zia, è la luce della verità e della saggezza che la spinge ad avanzare e guardare sempre avanti per amore della razza umana, guidandola attraverso l’oscurità del mondo.

Così come la stella cometa condusse i Re Magi alla grotta di Betlemme, così Diana con la sua luce guida gli emarginati come Charlie, lo scozzese (volto di Ewen Bremner, lo Spud di Trainspotting), Sameer (Saïd Taghmaoui) il “principe” arabo, e Chief l’indiano americano, in qualità dei rappresentanti delle minoranze sul fronte della battaglia.
I combattimenti vengono caricati in maniera forte e incisiva di colori insaturi tra loro opposti che esprimono sensazioni e stati d’animo nettamente agli antipodi; vediamo Diana, desolata e spaventata, avvolta da una coltre di fumo arancione in preda alla disperazione di fronte al crudele esperimento bellico su civili. Mentre, il blu della notte che la pervade e l’accarezza per un lungo istante produce sollievo e un’apparente serenità nel suo animo.

Molto significativo ed espressivo è il finale del film, quasi fosse una citazione di un quadro ottocentesco; qui vengono inquadrati soldati, a terra stremati, che nell’atto di togliersi i propri elmetti e le maschere anti gas rivelano i propri volti di giovani e fragili ragazzi, privati della loro giovinezza e coinvolti in un conflitto bellico senza pietà. Queste figure rivelano la propria innocenza attraverso tratti puliti e delicati, in netta contraddizione con la finalità della guerra di distruggere e annientare, esprimendo quella purezza che la crudeltà di quell’epoca aveva represso. Questo finale ricorda molto quello di Pier Paolo Pasolini, frutto di una lunga riflessione e indecisione nel suo immorale e dibattuto Salò o le 120 Giornate di Sodoma. Infatti, è proprio quell’ultima scena dove due giovani soldati repubblicani si concedono un momento di svago e attraverso uno scambio di battute messe sulle loro bocche «Come si chiama la tua ragazza?» segue la risposta «Margherita»; con quel nome di ragazza Pasolini esprime tutta la semplicità e l’emergere dell’innocenza soppressa in sospensione ed azzeramento della carneficina proposta.

Così come quell’alba rossa come il fuoco piange quelle milioni di vittime, la mattina si accende di un sole rosso come il sangue versato, in segno dell’inizio di un nuovo giorno e di una nuova epoca per la civiltà.
Le riprese del film hanno toccato anche la nostra bella e amata Italia, vedendo il meridione la location ideale per l’ambientazione della paradisiaca e utopica Themyscira; attraversano la Puglia, con Castel del Monte e il Pizzomunno di Vieste, la Basilicata, con Matera fino ad arrivare in Campania con Palinuro e Marina di Camerota; tutte mete ideali per questa nuova stagione estiva grazie a questa taciuta promozione turistica.
Segue poi il viaggio nell’avventuroso mondo visto attraverso gli occhi di Diana, tra la Francia e l’Inghilterra nella “gioiosa vecchia Londra d’inizio XX secolo.

Wonder Woman non è banale perché la sua semplice comicità, giocata sull’ingenuità e sul doppio senso sessuale ma senza mai cadere nel volgare, risulta naturale ed essenziale senza appesantire eccessivamente il film e aiutandolo a fluire ad agio verso la conclusione.
Non inneggio al capolavoro cinematografico dell’anno, ma ad un buon film che dopo un’interminabile attesa, si merita di esistere.

Elisabetta Da Tofori

Elisabetta Da Tofori

Forse ti hanno chiesto perché volevi darti al teatro, e tu non hai potuto fornire una risposta ragionevole, poiché ciò che volevi fare nessuna risposta ragionevole può spiegarlo: volevi volare.
-Edward Gordon Craig
Elisabetta Da Tofori

You may also like...

Condivisioni