E ora parliamo di Kevin: Inferno e dannazione eterna

IL PECCATO ORIGINALE DI AVER DATO VITA A UN MOSTRO

Bere quel tanto da capire ben poco, consumare del sesso non protetto, rimanere incinta senza volerlo. Grosso modo, questo è quel che sappiamo della vita di Eva prima di dare alla luce Kevin. Ogni informazione di più è comunque di troppo perché il baricentro della narrazione non deve allontanarsi mai troppo dal cuore del film: il rapporto tra una madre e suo figlio.

Il punto di partenza per risalire a ritroso il fiume di sangue di E ora parliamo di Kevin lo si può rintracciare nel fatto che Eva non avrebbe mai voluto rimanere incinta né, una volta rimastaci, avrebbe voluto portare avanti la gravidanza. In poche parole, Eva è una madre che non vuole ricoprire quel “ruolo”, che non vuole quel bambino e che, in qualche modo, lo rifiuta finché non viene al mondo.

Mentre tutte attorno a lei vengono mostrate donne felici col pancione e masse d’infanti che scorrazzano, Eva vive infelicemente quella gravidanza. Sguardo intristito e perso nel vuoto a cercare impossibili vie di fuga e una camminata al cui confronto quella di uno zombie si può definire briosa e piena di vita. Il problema di Kevin parte da qui, dal fatto di essere cresciuto per novi mesi all’interno di un grembo materno privo di amore, affetto, desiderio di essere messo al mondo? La regista Lynne Ramsay non lo fa mai capire apertamente, seppellisce questa colpa primigenia sotto una successione di eventi terribili attraverso flashback e flashforward e sposta l’attenzione su Kevin, che cresce come un tumore fino a devastare la vita di chi gli sta intorno.

Il protagonista del film è problematico fin da bambino, urla, si dispera senza sosta e continua ad usare il pannolino fino agli anni otto anni circa (l’uso che fa, per la prima volta, del cesso è accolto da Eva e suo marito come un miracolo), ma soprattutto fa un uso incomprensibile della crudeltà e della cattiveria: si comporta male perché vuole essere punito? Lo fa perché si sente in colpa di essere nato? Cosa vuole ottenere a parte attirare un po’ di attenzione su di sé? Cerca di provocare sua madre come tentativo disperato per essere amato? Sì, perché in tutto questo bisogna sottolineare che Eva, nonostante rinunci alla sua vita per lui, nonostante si prenda cura di lui tutto il giorno, nonostante passi il tempo a riparare, pulire e rimettere insieme i pezzi, non gli fa mai dono di un sorriso sincero o di un abbraccio (il finale, in questo senso, suggerisce nuove ipotesi su come le cose forse sarebbero potute andare diversamente per tutti se Eva avesse dimostrato un po’ di quell’affetto incondizionato con cui le madri dovrebbero nutrire i figli).

Se il titolo del film suggerisce che Kevin sia il protagonista, è tuttavia quella di Eva la vita mostrata nel dipanarsi tra Libertà e Inferno prima, durante e dopo la gravidanza del figlio.

Nell’arco di E ora parliamo di Kevin vengono pronunciate tre essenziali parti di dialogo riferite a Eva: “Is this really happening?” (pronunciato da lei), “Nothing is really happening” (pronunciato dal figlio), “It already happened” (pronunciato dal marito). In mezzo, la vita distrutta di una donna, che si è vista sfuggire la giovinezza, i sogni, i progetti di una carriera per colpa di un figlio che non avrebbe mai voluto. Quante vite avrebbe salvato un aborto? Sicuramente tante.

La successione di quei frammenti di dialogo porta con sé il peso di un macigno sulle spalle di Eva. La sua esistenza sarebbe potuta proseguire in Spagna come quella della protagonista di Morvern Callar, altro film della Ramsay, tra spensieratezza e in fuga dalle responsabilità, e invece no. L’incipit di E ora parliamo di Kevin, in quello che sembra un bagno di sangue, ma che in realtà è pomodoro (il festival è quello de La Tomatina a Buñol, vicino a Valencia), funziona sia come presagio del massacro che verrà compiuto sia come rito catartico volto a liberare la protagonista dal Male portato in grembo in quello che è un episodio apparentemente scollegato dal resto della narrazione e cronologicamente collocabile o prima della gravidanza o dopo la strage compiuta dal figlio.

La domanda cui lo spettatore è costretto a interrogarsi è solo una: se capitasse nella vita reale, cosa si potrebbe fare con un figlio così problematico? Qui non si sta parlando di qualche cannetta fumata in cortile, di qualche graffito, di qualche rissa, qui si sta parlando di un mostro inumano che crescendo assomiglia sempre di più al serial killer Richard Ramirez. Neppure Melanie Klein avrebbe saputo farci qualcosa con un ragazzino così, roba da complesso di Edipo mischiato a quello di Elettra (Kevin è figlio maschio effemminato che non odia il padre, ma la madre e la sua sorellina, e -in quello che è l’apice della crudeltà e della messa in pratica della follia- uccide tutti tranne Eva).

E ora parliamo di Kevin è una moderna tragedia familiare e il suo protagonista è un virus da debellare per il bene comune, sulla scia di quanto viene fatto dagli squadroni della derattizzazione in Ratcatcher, ma a cui si provvede troppo tardi quando il danno è già stato fatto, forse perché non può accadere cosa ancor più mostruosa di una madre che uccide un figlio.

Ancora una volta, l’interrogativo è sempre lo stesso: di fronte a una persona così senza controllo e dannosa per tutti, cosa si può fare senza passare moralmente dalla parte del torto? L’ultimo film di Sidney Lumet, Onora il Padre e la Madre, sembra suggerire una soluzione tanto terrificante quanto liberatoria.

UNO SGUARDO ALLA REGISTA DEL FILM

Lynne Ramsay, professione: regista. Quattro film in quasi venti anni. I primi due a distanza ravvicinata, Ratcatcher (1999) e Morvern Callar (2002), poi si apre una voragine lunga quasi un decennio che viene chiusa nel 2011 con E ora parliamo di Kevin: la critica lo promuove, il pubblico però non sgomita per andare a vederlo e alla fine i risultati al box office non sono granché. Nonostante gli incassi non eccezionali, nel 2012 viene proposta alla Ramsay la regia del western Jane Got a Gun, ma -il giorno prima dell’inizio delle riprese (!!!)- lei si tira indietro e comincia una schermaglia legale con gl’inferociti produttori (sulla faticosa e dispendiosa lavorazione del film si rimanda a questo approfondimento). You Were Never Really Here, presentato alla 70ma edizione del Festival di Cannes del 2017 dove vince il premio di Miglior Attore (Joaquin Phoenix) e Migliore Sceneggiatura (la Ramsay, ex equo con Yorgos Lanthimos), esce a ben sei anni di distanza dal film trattato in questo articolo, ma “solo” a tre da quello che avrebbe dovuta essere l’uscita di Jane Got a Gun (la fine del 2013).

Insomma, la dilatazione nelle tempistiche realizzative può essere ricondotta a due fattori contingenti: Lynne Ramsay non vuole scendere a compromessi e, perciò, ci vuole mettere tutto il tempo necessario per fare le cose come vuole lei, fregandosene un po’ di tutto e tutti tranne che di se stessa e dei suoi film. Per fare E ora parliamo di Kevin intercorre un periodo di tre/quattro anni di laboriosa pre-produzione perché sono in pochi quelli a voler mettere un solo dollaro perché venga girato, una delle pochissime persone a sostenere questo progetto fin dall’inizio è Tilda Swinton, non solo protagonista, ma anche produttrice esecutiva.

Se una cosa può essere detta su Lynne Ramsay è che i suoi film sono destinati a rimanere nel tempo per la tenacia con cui vengono portati alla luce e per la rottura che provocano con il panorama circostante, egualmente potenti anche a distanza di decenni. Una vera autrice di cui si parla (ancora) troppo poco.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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