L’eterna contraddizione umana in Okja

La morale di film come Okja potrebbe essere già telefonata dalla locandina o meglio ancora, dalla prima mezz’ora di film. Okja è un super maiale creato in laboratorio, allevato per dieci anni dai migliori allevatori sul pianeta e poi ogni animale dovrà fare ritorno nella multinazionale che l’ha creato per l’atto finale del suo ciclo vitale: la macellazione.
Mija, nipote di un allevatore, non vuole staccarsi dal suo animale, forte del legame che li ha resi inseparabili per più di dieci anni e quando le viene portato via, inizierà un viaggio che la porterà da Seoul fino agli Stati Uniti. In questa lunga avventura verrà affiancata da due fazioni: gli stessi addetti all’ufficio stampa della multinazionale che cerca di sfruttare questa storia per il loro responso pubblico e un gruppo di animalisti che vogliono aiutare la bambina a liberare l’animale e smascherare i piani della Mirando, la multinazionale creatrice di queste creature, di basso profilo per l’inquinamento globale, ma di grande gusto al momento della cottura della loro carne.
Siamo onesti e dovremmo fare chiari spoiler sul film, perché gran parte della ricerca della critica raffinatissima che attua Bong Joon-ho è da ricercarsi esattamente nelle fasi finali.
Nel momento in cui lo spettatore ha un bisogno naturale di protocollare i protagonisti e le relative fazioni come buone o cattive, Bong sovverte ogni carta mostrata e attua una decostruzione della storia e dei personaggi che già aveva attuato in Memories of Murder o in Snowpiercer, mostrandoci una certa illogicità negli eventi che ci circondano quotidianamente, che nonostante tutto hanno un certo valore all’interno di un ciclo vitale, o meglio, della civiltà odierna stessa.
Quanto si può criticare una società multinazionale che attua campagne marketing per far quadrare i bilanci a fine anno? L’industria si muove in una direzione che ricerca un fine prettamente economico, possiamo criticarla, metterla su piano etico, ma loro parlano e capiscono solo il linguaggio dei soldi. Dall’altra parte della baracca abbiamo i reazionari ecologisti e animalisti, che per quanto si muovano su ottimi ideali, questi sono vecchi di più di quarant’anni, mal interpretati, anarchici e anacronistici. Loro sanno di non poter cambiare il mondo e forse neanche gli interessa molto di Okja, liberane uno per liberarne tanti, ma tutto quel che sembra interessargli è avere quei tre minuti di gloria così che domani alla causa possano aggregarsi altre persone.

Bong gioca esattamente su questi due fronti, ne dipinge un quadro macabro, quanto reale e imperfetto.
In tutto questo come Mija arriverà a salvare Okja è esemplare, per non dire ‘negativo’: in un modo dove vince l’individualismo, la gloria e il denaro, lei arriverà a comprare Okja con una statuetta d’oro regalatole poco prima dal nonno. I dirigenti a capo della Mirando non ci penseranno due volte, l’acquisto ne vale la pena, anzi l’oro ricevuto vale anche più di un singolo maiale. Mija ha risolto il problema, ma degli altri maiali a lei non importa nulla. Una delle ultime scene è straziante quanto simbolica: lei esce dalla fabbrica con a fianco il suo Okja e impassibile passa accanto agli altri maiali che da lì a pochi minuti verranno uccisi e macellati. Lei va avanti per la sua strada, non è l’eroina che pensavamo fosse, ma si è perfettamente mimetizzata in una società individualista, sfruttando il marcio con cui si muove il mondo per riuscire nella sua impresa, che dall’inizio delle due ore di film è sempre stata una sola: salvare Okja, solo lui, gli altri maiali possono morire tranquillamente.

Il quadro che dipinge Bong Joon-ho è di una dolcissimo avventura adolescenziale fantasy, eppure c’è uno strano sapore di sangue nella nostra bocca e lascia questo nel cuore dello spettatore, un disarmante senso di contraddizione su cui la nostra civiltà ha fondato le radici per il futuro del nostro pianeta.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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