Spider-Man: Homecoming, torna a casa Spidey

Cerchiamo di affrontare il genere cinecomics sempre con le pinze, cercando di regalare al lettore, o spettatore, quel punto di vista volto a ragionare attorno all’opera nella sua complessità, la chiave di lettura che esuli dal semplice rapporto film-fumetto e parlarne, quindi, a 360°.
Spider-Man Homecoming, in questa cornice generale, è un buon film, divertente il giusto, con i soliti problemi legati ai film Marvel più qualche difetto ulteriore – inedito – nella gestione del personaggio e al netto di meme o critiche nel web, chi ne esce pulito e in spolvero è proprio lui, Michael Keaton.

L’Avvoltoio di Keaton, tralasciando ogni origin story narrata in Birdman, è un antieroe di quelli semplici. Un personaggio che vive in bilico tra il bene il male, una sorta di vedetta borghese dell’operaio che, percependo il cambio drastico del mondo attorno a lui, sovverte gli equilibri, navigando nella criminalità pur di salvaguardare e mantenere in piedi, civilmente ed economicamente, la famiglia. Un po’ si avvicina a quel Borghese piccolo piccolo di Monicelli, l’ingiustizia fatta persona (Stark) inarrivabile e quindi adempiere ad una propria missione personale seguendo la falsa riga di un esempio esterno, costruirsi la propria vendetta, da solo, in tutti i sensi.

Chi ne esce male è invece Peter Parker, non per demeriti di Tom Holland, ma per una scrittura del background del personaggio che ha cercato al massimo esponenziale di coprire alcuni step fondamentali della crescita dell’eroe come del personaggio, non riuscendoci.
Seguendo una controparte concorrenziale, Bruce Wayne diviene Batman non quando indossa la maschera, ma nell’esatto momento in cui vede assassinare i suoi genitori. Anche qui Peter Parker, ottiene poter speciali quando viene morso dall’iconico ragno geneticamente modificato, ma ci sono almeno due fattori importanti che ne decretano la crescita, interiore ed esteriore: la morte di Gwen Stacy per mano del Goblin e la morte dello zio Ben. Non si tratta più di dover salvare la città o i proprio cari perchè è giusto così, ma di affrontare i propri incubi come i propri fantasmi, superare quella catarsi che rimette tutto in gioco e far rinascere Peter Parker come Spider-Man. Questo fattore, nel film, non avviene, e anzi, a questo si sostituisce la necessità (a fungere il ruolo di catarsi) di entrare negli Avengers. Il Peter Parker che conosciamo non è strafottente – nel privato – e non ambisce ad essere popolarissmo nel mondo, eppure il Parker di Tom Holland vuole questo, vuole fare il salto più lungo della gamba, salire su quel palco dell’Avengers talent show per bruciare tutte le tappe possibili. No, questo Spider-Man non è lo Spider-Man che conosciamo, va benissimo reinterpretare, ma così male no.

Oltre questo aspetto da semplice background, i sei sceneggiatori (sei!) riescono a confezionare un ottimo film, quasi differente dal classico canone Marvel, forse perchè la narrazione nella piena pubertà di Peter Parker restituisce ad un pubblico ben preciso (una fascia di più piccoli) uno spirito leggero e più comprensibile, pur non omettendo il pubblico più adulto. Certo la qualità, la raffinatezza di alcune scene come la cura nel narrare con piccole sequenze iconiche, tutto questo manca. Lo Spider-Man di oggi è social, ha WhatsApp, gira videblog con la GoPro e li carica su YouTube. Credo sia anche giusto approcciarsi ad una visione più attuale che nostalgica dei primi anni 2000 con gli Spider-Man di Raimi, ma in questi contesti, è il mercato a comandare.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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