Grembi con due gambe: la società anemica di The Handmaid’s Tale

Funziona così: la razza umana si sta estinguendo, le ultime donne fertili vengono catturate, schiavizzate, torturate, inglobate in un sistema senza apparenti vie di fuga, stuprate, inseminate, costrette a portare avanti gravidanze indesiderate, illuse di far parte di un più ampio e rinnovato nucleo familiare, obbligate a lasciare il frutto del loro grembo a famiglie di potenti ricconi, spedite altrove perché tutto ciò possa ripetersi fino a quando possono mettere al mondo nuovi nati e, alla fine del loro naturale ciclo di fertilità, imprigionate in qualche colonia fino a quando morte non sopravvenga.

Trent’anni dopo la pubblicazione del romanzo di Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale è arrivato sui piccoli schermi domestici con un tale successo da spingere Hulu, il sito di video-on-demand che lo distribuisce, a confermare una seconda stagione nonostante il materiale d’origine sia stato utilizzato per intero. Per farla breve: la scrittrice canadese è lì per pubblicare un sequel del suo libro e/o collaborerà alla sceneggiatura oppure i realizzatori dovranno prendere una strada tutta loro con la caterva di rischi che ne conseguono.

Sia nel romanzo sia nella serie tv non c’è tempo per spiegare il perché o il per come la società è arrivata ad un collasso della natalità tale per cui la stessa sopravvivenza del genere umano è messa in discussione (piogge acide, infertilità causata da inquinamento e radiazioni, eco-disastri, siamo nel campo del “possibile”, nulla di cui non possiamo avvertire i sintomi già oggi non nel mondo della finzione, ma in quello reale).

Forse non in tutto il pianeta le cose vanno così male, ma in fondo non è un problema che riguarda la protagonista Offred (l’attrice Elisabeth Moss in un ruolo diventato iconico da subito). Quel che rimane della sua esistenza è già confinato dentro quattro mura, vicino a quattro corpi, su quattro strade, in quattro luoghi. La sua vita è una prigione a cielo aperto. Non ci sono amicizie, tutte le ancelle si guardano a vicenda, si spiano, si controllano. Il sospetto serpeggia. Chi si ribella viene punita. Chi continua a ribellarsi viene fatta fuori. Etichette sulle orecchie come vacche da monta. Donne allevate a paura, privazioni, proibizioni.

Nel nuovo ordine sociale lo stupro di un ancella è punito, ma è reso “ordinario” se viene fatto a fini riproduttivi (ovviamente solo i ricchi possono permettersi questo lusso). Come è anche ovvio che l’omosessualità sia stata bandita perché è un’offesa a Dio. Sì, ma chi è Dio esattamente? Il Potere? Tutte le chiese son state demolite, i mattoni e le pietre gettate nei fiumi, i libri bruciati, i simboli cancellati. L’iconoclastia ha colpito religione, moda, cultura, tutto. È rimasto ben poco da vedere.

La colpa della sterilità viene data solo alle donne anche se, tecnicamente, spesso essa è dovuta all’uomo, la cui oppressione è totale ed è tanto più forte e terribile perché trova sostegno anche da parte di persone di sesso femminile. Le mogli dei potenti non riescono a rimanere incinte, ma fingono di partorire mentre le ancelle danno alla luce bambini innocenti. L’isteria è ormai un male comune da entrambe le parti.

Le ancelle della società anemica e impazzita di The Handmaid’s Tale si muovono come globuli rossi tra cellule cancerogene pronte a schiacciarle al primo errore. A rendere ancora più opprimente e spaventosa la situazione, la solidarietà femminile è merce rara perché chi vuole ribellarsi trova difficilmente supporto e la violenza più cieca viene compiuta da donne come “l’educatrice” Aunt Lydia o Serena Joy, la sterile vestita d’acquamarina che da Offred esige un figlio a tutti i costi ed è disposta ad umiliarla e ricattarla pur di ottenere quello vuole.

Precedentemente portato sul grande schermo nel 1990 dal tedesco Volker Schlöndorff, il romanzo di Margaret Atwood vive -grazie alla serie tv- una nuova e inaspettata primavera. Le vendite di The Handmaid’s Tale son tornate (dopo trent’anni!) a far tremare le classifiche americane dei libri più venduti grazie anche ad una ri-edizione tascabile con l’attrice Elisabeth Moss in copertina. L’onda di questo trascinante successo si è propagata anche in Italia e la ristampa è a cura della casa editrice Ponte delle Grazie (artwork minimale e suggestivo).

A differenza della versione cinematografica diretta da Schlöndorff e sceneggiata da Harold Pinter, con quel finale stravolto e quella serie di piccole licenze che, per concentrare tutta la storia in neanche due ore di film, finiscono col pesare come un macigno, la serie tv è un’onesta trasposizione dell’universo narrato da Margaret Atwood. Quella del 1990 è una pellicola invecchiata troppo in fretta e figlia di quei tempi, tuttavia presenta degli elementi diversi: il primo stupro compiuto ai danni di Offred è di pura sofferenza, un atto compiuto con docile ferocia e da lei vissuto come un supplizio (nella serie, invece, si è scelto di operare una soluzione non altrettanto dolorosa, per lo meno in termini di manifestazione d’insopportazione); l’idea degli smistamenti, dei carri merci pieni di persone, del regime sanguinoso è modellata sulle modalità del Nazismo; l’atto della vestizione di rosso come processo ormai normalizzato, da eseguire in serie.

Sono per lo più scelte registiche (vedi anche tutto il lavoro fatto sui contrasti cromatici), in sintonia con i gusti di un professionista del mestiere come Schlöndorff, ma tuttavia ricche di suggestioni completamente diverse rispetto a quelle rintracciabile nel recentissimo prodotto televisivo, che ha il merito di porre al centro della questione un tema delicatissimo come quello trattato, quanto mai attuale.

Tuttavia, benché di grande livello, la serie tv non arriva a toccare ciò di cui invece il romanzo fa un uso sublime: il viaggio nell’interiorità e nella psiche di Offred. Pagine stupende, ricche d’interrogativi senza risposta, considerazioni maturate col tempo, sogni, riflessioni spicciole e arzigogolate. Che Elisabeth Moss sia lo stimolo per andare a leggere il racconto della vera ancella, quella che vive su carta e non, per sommi capi, sullo schermo. E occhio al cameo di Margaret Atwood nella prima puntata, rapido come un battito di ciglia.

Affondo nel mio corpo come in una palude, un acquitrino, dove io sola so dove tocco. Terreno infido, il mio territorio. Divento la terra su cui premo l’orecchio, per cogliere i rumori di ciò che sta per arrivare. Una fitta, un dolore che brontola, sommesso, le increspature della materia che si disfa, i gonfiori e gli assottigliamenti dei tessuti, gli umori della carne, questi sono i segni, queste sono le cose che mi occorre sapere. Ogni mese aspetto il sangue, impaurita, perché se arriva significa incapacità. Sono stata di nuovo incapace di esaudire le attese altrui, che sono divenute mie.

(Margaret Atwood, Il racconto dell’Ancella)

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi
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