L’impossibile emancipazione femminile nel cinema di Zhang Yimou

Il cinema ha assunto un ruolo estremamente fondamentale durante la rivoluzione culturale socio-capitalista degli anni Ottanta in Cina, divenendo non solo un valido strumento per la propaganda politica ma anche un mezzo per scandagliare nuovi soggetti da trasporre sulla pellicola. L’Accademia del Cinema di Pechino riapre le sue porte e con essa si da il via alla nascita di numerose riviste di critica. La Cina vuole fare cinema e vuole parlarne al mondo.

La produzione di film raddoppia, dando così spazio sia ai veterani della Terza e Quarta generazione di registi, sia ai nuovi cineasti, più giovani ma non per questo scarni di contenuti da tramandare. In quest’ultima ondata denominata Quinta generazione emergono figure di spicco nel panorama internazionale, quali Tian Zhuangzhuang, Chen Kaige e Zhang Yimou. Il filo comune fra questi tre registi è l’assoluto realismo con cui rappresentano il loro cinema. Trattano di eroi, gli eroi del popolo, ma quelli che subiscono il costante logoramento psicologico da parte della società. Spesso sono eroi senza via di fuga, senza alcuna speranza, smontati di ogni soppalco, sviscerati da ogni abbellimento.

Zhang Yimou in particolare riconduce l’individuo, il più delle volte di genere femminile, in quest’universo archetipico in cui la natura identitaria viene soffocata e calpestata dalle tradizioni conservatrici.

Diversamente dai suoi colleghi, è forse il più camaleontico, variando spesso genere, dai film rurali ai gangster movies, mantenendo però ben saldo il suo registro stilistico e quell’etica di preferire l’immagine alla parola, la cruda realtà all’interpretazione.

Malinconica, solitudine, impossibile emancipazione: ecco cosa riserva il destino alle protagoniste del cinema di Zhang Yimou.

La donna diviene agnello sacrificale per riti e liturgie, condannata ad una vita di piaceri negati, ad una prigionia chiamata matrimonio. Le sofferenze che queste donne patiscono sono innumerevoli, dalle persecuzioni fisiche ai maltrattamenti psicologici. Dove risiede dunque la loro libertà? La loro individualità ha alcun valore? La risposta è ovviamente negativa, eppure in rari momenti ottengono un barlume di godimento, di potere, dettato solo dal mettere in gioco il proprio corpo. Ad un certo punto sono loro stesse a mercificare la propria persona, perché il sesso è una moneta di scambio più che efficace ed una lingua universale comprensibile da chiunque.

Puntando la lente d’ingrandimento su tre dei suoi stimati lavori (Sorgo Rosso, Ju Dou, Lanterne Rosse), si può cogliere come la componente sessuale sia determinante. In Sorgo Rosso la protagonista si lascia abbandonare al piacere carnale in un campo di sorgo; in Ju Dou invece abbiamo una giovane donna venduta per moglie ad un tintore che, pur di dargli un erede e porre fine alle sue violenze, si fa mettere incinta dal nipote (la classica formula di una donna oppressa che s’innamora di qualcuno che non dovrebbe); in Lanterne Rosse s’innesca una vera e propria lotta senza scrupoli fra concubine per ottenere le attenzioni del padrone di casa.

Zhang Yimou però si distingue dal coraggio che ha di regalare delle soggettive chiare e che non lasciano spazio ad interpretazioni. Non rimane nelle retrovie quando ci presenta la scena in cui Ju Dou si spoglia dinanzi al nipote, ben conscia della sua presenza. Il regista lascia spazio al voyeurismo, asserendo il desiderio di mostrare un uso spregiudicato dell’intimità che contrasta con le rigide cerimonie tradizionali, più di apparenza che di contenuto.

L’identità di genere viene dettata strettamente dalla propria posizione sociale, dunque la figura femminile è vincolata all’unico dovere di rispettare ed obbedire l’uomo, che sia egli suo marito, suo padre od addirittura i propri figli. Non devono mai dimenticare il loro posto nel mondo: sono donne, dunque è fondamentale che adempiano alle loro mansioni domestiche. È solo in questa maniera che si può mantenere l’equilibrio familiare e sociale. Una qualsivoglia forma di emancipazione verrebbe presa con ostilità. Obbedisci e potrai mantenere il tuo status, trasgredisci alle regole e sarai priva di qualsiasi protezione, ed una donna senza protezione vale meno di un capo da bestiame.

Vita e rassegnazione vanno di pari passo tanto quanto libertà e morte. È impossibile però per lo spettatore non tifare per queste protagoniste, soprattutto quando vestono il volto di Gong Li, musa, fiamma e complice amica del regista.

Le eroine interpretate da Gong Li sono molto di più di semplici immagini erotiche. Per quanto non abbiano alcuna speranza per un futuro più roseo, sono anch’esse responsabili del loro destino. Le loro azioni non possono esser giustificate sempre dal triste fato che le ha portate fin lì. La libertà proviene solo da patricidi reali o simbolici che vengono eseguiti per mano dei figli, istigati però dalla volontà femminile. È questo uno dei pochi poteri della donna: la loro capacità di scegliere in un uomo il catalizzatore del proprio cambiamento sociale. Non contano più i legami di sangue, perché alla fine di tutto non sono i padri a liberare i propri figli, ma bensì i figli ad uccidere i loro padri per ottenere la tanto sognata libertà.

Queste donne, per amore verso la giustizia e la propria sopravvivenza, sfidano i sistemi che le minacciano. Questa rivendicazione dell’io è la chiave di una ricerca che la Cina attua al fine di ottenere una tanto ambita liberazione collettiva, che è stata promessa ma non è mai arrivata.

Ciò nonostante Zhang Yimou ci tiene a precisare che i suoi film non documentano la Cina o il suo popolo ma dei mondi fittizi attraverso i quali inscena teatri in movimento che spesso sconvolgono e seducono lo spettatore, trasportandolo in un universo differente e lontano.

“Ci ho riflettuto… D’accordo, mi sposerò.

Non parli che di denaro. Vuol dire allora che sposerò un uomo ricco. Sì, sarò una concubina.”

Songlian (Gong Li) in Lanterne Rosse

Zhang Yimou descrive le antiche tradizioni che le famiglie hanno seguito rigorosamente per secoli, tra cui il trattamento delle donne come nient’altro che oggetti di piacere destinati a servire l’uomo.

Se ci soffermiamo su Lanterne Rosse, il paradossale teatrino che si viene a creare nasce tutto da una lanterna rossa. Ogni sera le mogli devono aspettare alla soglia dei loro alloggi. Un servo colloca una lanterna rossa davanti alla moglie che il marito ha scelto con cui passare la notte insieme. La fortunata prescelta godrà non solo della compagnia maschile ma anche di una serie di privilegi quali massaggi ai piedi ed il potere decisionale del menù del giorno successivo.

La Quarta moglie, interpretata da Gong Li, è il solo personaggio che sembra in qualche modo mettere in discussione le severe tradizioni famigliari, contestando aspramente le scelte del marito, rivendicando la sua posizione e fronteggiando senza esitazione le altre mogli. Lei non è altro che la manifestazione di una tenace ed ardita critica verso gli antichi riti confuciani di una società dominata dalla figura maschile.

Lanterne Rosse fa luce sulle dure tradizioni mostrando come quest’ultime possono essere totalmente disumane. In origine, per quanto un marito abbia potere verso la propria moglie (e le concubine), di base governava il rispetto ed il vivere in completa armonia. Tuttavia questo potere si tramuta in strumento di abusi, basti pensare al film Ju Dou, esempio perfetto dove il marito schiavizza e maltratta la sua compagna paragonandola ad un cavallo da monta (e riservandole i medesimi trattamenti). Entrambe queste pellicole sottolineano quanto sia impossibile sperare nella dignità e nella felicità di queste donne, inchiodate alla loro misera posizione. L’autorità oppressiva maschile si estende alla sessualità, all’identità, alla condizione psicologica ed, infine, anche alla vita ed alla morte.

Regna una sorta di circolarità nella opere di Zhang Yimou. Non c’è passione senza dolore, non c’è nascita senza una perdita. Per quanta tristezza possiamo nutrire per le donne del sue cinema, è impossibile non provare dell’affetto nei loro riguardi. A loro modo, sono delle autentiche eroine, delle guerriere in gonnella che lottano per la loro libertà. È il via di un cinema di significati e significanti, di retorica e critica. Zhang Yimou, in questo modo, ha fatto qualcosa di più del semplice creare prodotti d’intrattenimento: ha dato voce ad una minoranza che tutt’oggi esiste, la donna.

Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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