Venezia74: The Shape of Water, i mostri e le nuove creature di Guillermo del Toro

the shape of water guillermo del toroGuillermo del Toro, il regista nerd per antonomasia: paffuto come un orsetto, morbido come un marshmallow, cinefilo doc, abilissimo narratore di storie. E quella di The Shape of Water è una storia dai toni favolistici.

In piena Guerra Fredda, l’America paranoica ha ingabbiato i suoi cittadini in un clima di diffidenza verso ciò che proviene dall’esterno e ha rinchiuso in un blindatissimo laboratorio degli esperimenti una creatura anfibia, fisicamente simile ad un alieno, ma non così diversa dagli esseri umani: due gambe, due braccia, la capacità di stare in posizione eretta e soprattutto capace di elaborare un linguaggio. Elisa (Sally Hawkins), sola e muta donna delle pulizie infelice della sua vita, instaura un rapporto molto stretto con questo essere vivente, ma Strickland (Michael Shannon), incaricato di controllare la creatura, ma lontano dall’essere uno scienziato, vuole solo torturarla, in attesa che i suoi superiori decidano cosa farne.
The Shape of Water si può inserire nel medesimo universo fantastico-horrorifico de Il mostro della laguna nera (Jack Arnold, 1954), uno dei monster-movie più famosi della storia del cinema. La crudeltà umana del voler sottomettere e dominare un essere diverso è tratto dominante di entrambe le vicende e Guillermo del Toro sembra voler collocare il suo film in una “fase-2” rispetto al cult degli anni ’50: finalmente catturato il mostro, lo si può studiare da vicino dentro quello che è niente più che un grosso acquario.
Il mostro della laguna nera conserva per buona parte del film l’idea della cattura e dello studio, ma, quando la situazione precipita, subentra la componente idiota e “muscolare” della vendetta e dello sterminio a tutti i costi. Le intenzioni, già di per sé riprovevoli o se non altro discutibili, dell’estirpare con forza un essere vivente dal suo ecosistema per osservarlo sotto una lente hanno a che fare più con una logica circense che scientifica, ma risulta evidente -tanto nella pellicola di Jack Arnold, quanto in quella di del Toro- che il fine dell’Uomo è decisamente un altro: trovare nel mostro un bersaglio su cui sfogare paure primitive.

Alla luce di ciò, una figura come quella di Strickland non è poi così lontana da quella del grosso anfibio. Anche lo scienziato è nulla più che un topo da laboratorio, avvelenato nell’animo, impaurito e reso crudele dalla mano del potere che lo schiaccia a terra. Non solo questo, ma una delle chiavi di lettura del film si lega allo stesso concept del “mostro”, un essere -occorre ribadirlo ancora una volta- simile agli esseri umani. La diversità fisica tra uno Strickland qualunque e la creatura è solo apparente e il sentimento d’odio è figlio della paura nei confronti di qualcuno (ridotto a un “qualcosa”, quasi a volerlo classificare come niente più che un “oggetto”) che assomiglia così tanto alla razza umana. È l’anima di Elisa, amorevole e priva di pregiudizi, a rompere questo meccanismo e a rischiarare la storia e le umane tenebre che l’avvolgono.

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Chi è il vero mostro? Un burattino come Strickland, una società in preda alla paranoia, un sistema governativo che inocula dosi di odio e terrore nei suoi cittadini oppure un anfibio antropomorfo? La risposta è semplice. Senza voler mettere in piedi uno spettacolino troppo cerebrale per gli spettatori, il regista messicano ripropone temi cari alla tradizione favolistica sullo sfondo di un’America e di un mondo che stanno ripiombando oggi in un palcoscenico globale dominato dall’odio, pregiudizio e paura per il futuro.
Strickland è l’emblema dell’America peggiore: ignorante, disumano in quanto privo di sentimenti umani, violento, con quattro idee in croce inculcate nella testa, interessato alle auto e desideroso di una donna che non parli, marcescente e incancrenito. Una merda umana esemplificato da una sola immagine: lui che piscia senza tenersi l’uccello tra le mani e finendo con lo spargere la sua urina a terra.
In un momento storico in cui tutto sembra volgere al peggio da un punto di vista economico, ambientale e sociale, mirare alla semplicità può essere una strumento per la riconquista di un sentimento alieno dall’intolleranza.

Lontano dai robottoni Jaeger di Pacific Rim (2013) o dal manieristico Crimson Peak (2015), un film come The Shape of Water ricorda l’oppressione dell’era di Francisco Franco ne Il labirinto del fauno (2006) o addirittura la serie tv The Strain (die, strigoi! ndr. Gabriele), creata proprio da del Toro. Di questi ultimi due prodotti si può affermare una verità: entrambi hanno a che fare con una lotta contro un potere fascista che, negli anni ’40 e in una revisione vampiresca al giorno d’oggi, vuole sottomettere chiunque. In fondo, con le sue efferatezze, Strickland non è poi così diverso dal generale spagnolo de Il labirinto del fauno o dal nazista Thomas Eichorst di The Strain (vedi anche le strutture di “drenaggio” del sangue e gli esperimenti abominevoli mostrati nella quarta stagione, ancora in corso), tutti personaggi che con un regime di terrore vogliono tenere sotto scacco chi è intorno a loro, ma che in fondo non sono altro pedine mosse da qualcun altro: il governo americano, il franchismo e il nazi-vampirismo.

Guillermo del Toro ha lavorato per anni a The Shape of Water, addirittura si dice abbia scritto la prima stesura della sceneggiatura ben prima di Pacific Rim (2013) e, una volta messa insieme tutta la produzione, ha deciso di dedicarsi alla regia di questo film piuttosto che impiegare il suo tempo dietro alla macchina da presa di Pacific Rim: Uprising (un sospiro di sollievo, deo gratias!).
The Shape of Water è in concorso alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e l’uscita nelle sale italiane è auspicabile per la fine del 2017 e i primi mesi del 2018. Musiche di Alexandre Desplat. Fotografia di Dan Laustsen.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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