Venezia74: Human Flow, la testimonianza di un dramma mondiale

Non si può di certo affermare che il noto documentarista cinese Ai Weiwei abbia realizzato un prodotto d’intrattenimento, ma ciò che ha presentato in concorso durante la terza giornata della 74esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia è qualcosa che va oltre il semplice concetto di film. Human Flow è la testimonianza di una crisi che negli ultimi anni si è abbattuta più forte che mai su tutta l’umanità, il dramma straziante di coloro che fuggono da un triste e desolante destino alla ricerca di una sicurezza, in un semplice tetto sopra la testa, di una speranza, ma non è solo questo: il regista teme fortemente che vi sia anche una crisi a livello empatico, la facilità e la noncuranza con cui voltiamo le spalle alle tragedie odierne pone un lecito quesito sull’effettiva possibilità di risolvere questo problema.
È un esodo di anime senza fine, traghettate come nell’immaginario letterario dantesco da un luogo all’altro, ma non ci troviamo in un’opera di fantasia, questa è la realtà di tutti i giorni, dei nostri giorni.

Si fugge dalla guerra, dalla crisi economica, dalla fame, dalla carestia, dai disastri climatici, dai dissidi religiosi. Ci sono così svariate sfumature e motivazioni per cui un uomo diviene un migrante, ma non dimentichiamoci, appunto, che sono esseri umani. Attraversando ben 23 paesi (fra cui Iraq, Afghanistan, Turchia, Marocco Grecia, Germania, Israele, Italia, Kenya, etc…), il regista si fa spazio fra frontiere, campi profughi improvvisati, lunghi viaggi in mare, porti e vastità delimitate da chilometri di filo spinato. L’anima da attivista lo porta a concedere generosamente la sua arte a servizio della tolleranza e del rispetto dell’umanità. Non ci sono attori, ne fantocci. Ai Weiwei ha immortalato volti reali con le loro cicatrici, visibili e non, con i loro timori ed atroci racconti. È impossibile non rimanere toccati dai numeri che ci accompagnano durante la visione del documentario, sono cifre da far rabbrividire, da portarci a riflettere: 65 milioni di persone che hanno lasciato la loro casa, 22 milioni di rifugiati registrati solamente nel 2016, 300.000 i bambini che negli ultimi due anni hanno attraversato terre e mari completamente da soli, per non parlare della stima dei morti.

human flow venezia 74

Forse è l’esperienza vissuta sulla propria pelle ad aver portato Ai Weiwei a lavorare con passione e coraggio alla realizzazione di Human Flow. In seguito alla scarcerazione del padre poeta, prigioniero politico poiché considerato un anticomunista, è stato costretto con la sua famiglia a lasciare tutto per esiliarsi in un piccolo villaggio dello Xinjiang nel deserto del Gobi. Per anni ha vissuto di stenti, ha conosciuto la miseria, rinunciato ad un’istruzione pubblica. Il suo passato l’ha reso l’uomo e l’artista che ora è è che tutto il mondo cinematografico acclama. E pensare che tutto ha avuto inizio da alcune riprese col telefono e da lì ha messo su una troupe di ben duecento elementi.

Ai Weiwei ci regala un film ripreso da una differente angolazione. Non è un documentario di denuncia od un prodotto che vuole un po’ strizzare l’occhio alla massa, quanto più un sincero e puntuale invito alla riflessione, perché nonostante la cecità di molti all’argomento così delicato, parlarne è necessario, come è altrettanto necessario concedersi una visione di Human Flow.

Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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