Venezia74: Jusqu’à la garde, la famiglia del Mulino Bianco non esiste

Jusqu’à la garde posterAntoine e Miriam Besson (rispettivamente Denis Ménochet e Léa Drucker) dopo una turbolenta separazione sono alle prese con l’affidamento di Julien (Thomas Gioria), l’undicenne figliolo che categoricamente si rifiuta di vivere col padre. Lo descrive come un uomo violento, aggressivo nei confronti dell’intera famiglia, tanto che scattano pure accuse di stalking e percosse nei riguardi della figlia maggiorenne. Insomma, non il dipinto del padre dell’anno, eppure il giudice opta per l’affido congiunto e Julien è costretto a trascorrere un weekend sì ed uno no con Antoine che pian piano coverà risentimento nei confronti della ex-moglie, tormentando il figlio per scoprire la sua nuova dimora.

Xavier Legrand presenta in concorso a Venezia74 Jusqu’à la garde, thriller dosato e puntuale che evidenzia i drammi familiari in una catarsi di urla e violenza dove, come sempre, a rimetterci dei dissidi fra genitori sono i figli. Il regista non vuole svelarci la verità dietro alle accuse lanciate verso Antoine, lo spettatore sospetta ma non ha la certezza di cosa sta vedendo. È un uomo burbero, tormentato, incline alla furia, ma anche molto posato in alcuni frangenti, tanto che questo altalenarsi di quiete e collera suscita non poca soggezione ed è tangibile il timore del figlio che piange e trema dinanzi a quest’uomo. Eppure Legrand ci mostra anche il suo profilo più fragile, quello di un marito affranto e dispiaciuto della distanza messa dalla non più coniuge. Lo vediamo disperarsi dinanzi a lei, regalandoci un abbraccio sofferente che Miriam non ricambia, forse perché non l’ama più, forse perché non crede al cambiamento che l’ex-compagno tanto acclama. Ed ancora una volta lo spettatore non sa con chi schierarsi, non che per forza bisogna prendere le parti di qualcuno, ma in quest’odissea familiare viene spontaneo ricercare la fonte della verità.

Xavier Legrand dirige un lungometraggio che scorre rapidamente, senza annoiare, innalzando il pathos scena dopo scena, con momenti di tangibile panico e profonda disperazione. La macchina da presa si stringe sui volti impauriti dei protagonisti, cogliendone brividi ed occhi in lacrime, non lasciando spazio ai loro pensieri.

Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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