Venezia74: Woodshock, una creatura della foresta

woodshock posterTheresa (Kirsten Dunst) ha aiutato sua madre, malata terminale di cancro, a morire nella maniera meno dolorosa possibile: somministrandole dell’erba da fumare, una buona morte. Eutanasia cannabinoide. Seppur certa di aver preso la decisione giusta, la protagonista del film deve venire a patti con se stessa, rimasta sola e in un contesto sociale dal quale vuole fuggire.

Opera prima di Kate and Laura Mulleavy, Woodshock, dalla sezione Cinema del Giardino, è una delle più autentiche sorprese di questo Venezia74, giunto ormai al termine da qualche giorno. Provenienti dal mondo della moda e fondatrici del marchio d’abbigliamento e accessoristica Rodarte (sono loro i costumi usati nelle scene di ballo de Il Cigno Nero di Darren Aronofsky), le due sorelle hanno scritto e diretto un film che è l’intimo ritratto di una donna di cui si sa e si scopre pochissimo, ma ciononostante la si osserva magneticamente nel suo non fare nulla della sua vita. Pochissimi i dialoghi, sempre relegati a elemento a margine della narrazione per immagini, a fare da contraltare all’onnipresente colonna sonora fatta di flauti giapponesi, theremin, corde pizzicate, arpeggi misti in battere e in levare.
Woodshock è la storia di una giovane donna che va alla ricerca di un fantasma e finisce col diventarlo, intrappolata dentro una prigione mentale che si è creata con le sue stesse mani, un po’ come le farfalle che conserva imbalsamate sotto una teca di vetro. Cocorite dentro una gabbia con le porticine spalancate, pesci che vanno a sbattere dentro un acquario troppo piccolo, ragni che si arrampicano sui fiori. In tutto il film sono disseminati riferimenti al mondo animale (e vegetale), ma non c’è creatura vivente più simile a Theresa che la falena, lepidottero notturno e possibilmente velenoso.

Theresa coltiva e uccide (la stessa origine etimologica del nome, anche se non certa, sembrerebbe rimandare al greco therizo, cioè “mietere il raccolto”, ancora un riferimento alla morte e alla natura), si aggira nella notte da sonnambula, indossa i vestiti della madre morta, abita quegli stessi luoghi pregni di dolore e di ricordi, ma appartiene ad un’altra dimensione, eterea e non terrestre. Spreme e si passa sulle labbra una mora di bosco come rossetto e indossa una costellazione di stelle morte come collana. Si fa attraversare la pelle da piramidali poligoni laser e si smarrisce nell’insegna al neon a forma di foglia di marijuana. Consuma e vende droghe coltivate nel bosco o in serre indoor dove splendono luci artificiali.

In Woodshock è forte la rappresentazione dicotomica tra la pace zen del organismo-foresta (nonostante le “ferite” causate dai molti alberi tagliati per farne legna) e le inquietudini di Theresa. Il rimando più facilmente coglibile, nonché la citazione più manifesta, è quella a Vertigo di Alfred Hitchcock, anno 1958. Le protagoniste dei due film, che a parte quel che sta per essere detto e alcune soluzioni visive legate all’utilizzo di luci verdastre sui corpi e volti delle attrici null’altro condividono, vagano tra sequoie giganti, s’interrogano sulla caducità dell’esistere, passano le loro dita sui cerchi nei tronchi abbattuti. C’è un attimo di vita, poi finisce. La morte annienta l’individuo, lo spazza via quasi come se non fosse neanche mai comparso, l’universo procede nel suo corso. In un processo di ascensione e trascendenza, questo è anche il destino di Theresa.

Un destino che, nel suo accettare e abbracciare l’idea di una morte terrena in vista del raggiungimento di una dimensione cosmica, non prevede la procreazione. Di fortissimo impatto, nella sua essenzialità, la scena in cui Theresa è costretta a buttare via un grande numero di uova che stanno marcendo nel frigorifero. Una metafora perfetta dello “scadere” del suo periodo di fertilità in quanto donna. Non far venire al mondo un altro essere umano significa, a livello biologico, non dare un senso al proprio esistere su questo pianeta? Sì. È così. Ancora un’ultima volta, però, bisogna ribadire che Theresa non appartiene ad una dimensione umana e neppure animale perché è pura essenza.

Le sorelle Mulleavy usano e abusano di lens flare, immagini che si sovrappongono, raggi di luce che si rifrangono su ogni genere di superfici, ma il loro Woodshock conserva dall’inizio alla fine una coerenza stilistica e tematica lodevole, sicuramente frutto di grande libertà e assoluto rifiuto d’influenze produttive esterne. Un film che, viaggiando grazie ad un paio di ali fragilissime, si eleva sul panorama complessivo di molti titoli presentati al Lido durante questa edizione del festival.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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