Venezia74: Intervista a Pengfei, regista di The Taste of Rice Flower

Pengfei, giovane regista cinese, torna al festival cinematografico di Venezia dopo il suo debutto con Underground Fragrance, presentando in sezione Giornate degli Autori la pellicola The Taste of Rice Flower. Fra qualche sigaretta e del caffè, abbiamo avuto il piacere di porgli alcune domande sul suo ultimo lavoro e sul suo cinema, regalandoci anche alcuni divertenti aneddoti. Lo sapevate che Pengfei è un grandissimo estimatore di Takeshi Kitano? Ebbene sì, tanto da averlo invitato alla prima del suo film, essendo Kitano presente al festival (chissà poi se ci sarà andato). Ma passiamo ora all’intervista.

Dove hai trovato l’ispirazione per realizzare il suo film?

C’è un grande problema che fa parlare molto la Cina: molti genitori vanno nelle grandi città come Pechino o Shanghai per lavorare, lasciando così i figli nelle loro città natale e crescono senza alcuna educazione paterna o materna. La paura sta appunto nel come possano crescere questi bambini senza l’amore dei genitori. D’altronde i bambini sono il futuro della Cina, del genere umano, ed è per questo che ho prestato maggior attenzione a questa problematica. Ho lasciato Pechino per trasferirmi in un paesino in montagna per poter stare a stretto contatto con questi bambini, grazie all’aiuto di un’associazione umanitaria che in parte si occupa anche della crescita delle generazioni più giovani.

Per quanto tempo hai vissuto lì con loro?

Per un anno, è un paese nelle profondità delle montagne, a quindici minuti in macchina da Myanmar. Tra l’altro alla scorsa edizione del festival di Venezia è stato presentato un film ambientato proprio a Myanmar (“The Road to Mandalay” di Midi Z). In questo villaggio ho vissuto con la minoranza Dai, a cui io non appartengo. Sono persone molto gentili, ho stretto amicizia facilmente coi bambini, le persone più anziane invece hanno impiegato sei mesi per fidarsi di me, all’inizio pensavano che volessi portare via i bambini. Ma tornando al problema delle migrazioni, le città sono piene di gente, quindi molti sono costretti a tornare nei loro paesi d’origine. Il sogno di questi giovani genitori è di poter portare con se i propri figli, garantendo loro così una miglior educazione, ma i loro sogni vanno in frantumi perché devono per forza tornare sui loro passi. Quando tornano a casa, devono ricominciare le loro vite, ma i piccoli paesi faticano ad accettare questo cambiamento. Ed è da qui che ho iniziato a realizzare il mio film.

Il tuo film ci ha ricordato un po’ “Il Sapore del Riso al Tè Verde” di Yasujiro Ozu. C’è qualche connessione fra i due film?

Ho guardato molti film di Yasujiro Ozu, ma non questo, però ho letto un libro su Ozu dove spiega come lui non descrivesse il background sociale dei suoi personaggi, ma preferisse focalizzarsi sui dettagli dei personaggi e questo mi ha molto influenzato. Adoro i movimenti di camera di Ozu, le angolazioni e lo spazio che i personaggi occupano nello spazio. Nella prima scena del mio film quando la madre guarda la figlia e viceversa è molto stretta sui loro volti. Non l’ho fatto di proposito, ma poi riguardando il tutto ho notato una somiglianza con lo stile di Ozu, dunque penso di esser stato involontariamente influenzato dal suo lavoro.

Pensando alla Cina odierna, come vivono insieme tradizione e modernità? Sono due elementi contrastanti presenti nel suo film.

La Cina ha subito un forte mutamento negli anni ’80 e ciò ha influenzato molto le tradizioni, creando un conflitto. Oramai a Pechino non è rimasto più nulla della tradizione di un tempo, ha abbracciato totalmente la modernità. Al di fuori delle grandi città, alcuni aspetti della tradizione cinese esistono ancora, ad esempio la cucina popolare, ma l’arrivo del denaro in questi piccoli villaggi ha cambiato molte cose. Ad esempio se prima Buddha era un’iconografia sacra, ora è più un elemento turistico. Nel periodo in cui ho vissuto lì, ho assistito ad un festival in cui moltissimi turisti hanno partecipato per soddisfare la loro curiosità, era una festa in cui ci si metteva la terra sul viso per poter depurarla. Chissà quanto ancora dureranno queste tradizioni dopo le Olimpiadi del 2008! Anche l’architettura delle case è cambiata. Hanno realizzato stanze apposta per i turisti, con la connessione internet. Penso che la rivoluzione economica sia una buona cosa ma ho paura di come questo cambiamento possa ripercuotersi sugli usi e costumi di un tempo.

Abbiamo notato alcune somiglianze fra il tuo primo film “Underground Fragrance” e quest’ultimo, in particolare la contrapposizione fra ambienti differenti (ad esempio la campagna e la città, oppure il sottosuolo e ciò che c’è sopra). Come queste contrapposizioni lavorano insieme?

C’è una sorta di specchio che riflette ed allo stesso tempo divide i miei due film. In Underground Fragrance i personaggi vanno in città per lavorare, mentre in The Taste of Rice Flower abbandonano lavoro e città per tornare a casa. Nel mio ultimo film non si vede alcuna scena ambientata nella città, la si può solo immaginare attraverso i doni che la madre fa alla figlia, come i cioccolatini, i vestiti, etc. Queste due donne avvertono e vivono con il netto distacco fra città e campagna. La madre non accetta alcuni comportamenti della figlia, come ad esempio gettare i resti del cibo dal finestrino della macchina in corsa. In campagna non è nulla di anormale, ma non è un’usanza di coloro che vivono in città. La madre sente che le persone sparlano di lei, ma non vuole sprecare tempo a discutere con loro perché conosce le sue origini, infatti proviene da un’area rurale, e sa che questo è il tipico comportamento della gente. Lei si rende conto che è inutile cercare di parlare con loro perciò, pertanto se ne disinteressa e va avanti con la sua vita. Desidera che sua figlia sia educata come una ragazza con una buona istruzione e che non perda tempo a giocare in modo tale che abbia una chance di andare in una grande città. In quanto regista, io mi limito ad osservare quello che accade. Mi rendo conto che una grande città ha i suoi lati positivi, ma non sono sicuro che allo stesso tempo sia qualcosa che faccia bene a questa ragazza perché, arrivando da fuori, non è detto che sia capace di adattarsi perfettamente a questa nuova dimensione.

Nel cinema cinese di oggi sembra esserci questa tendenza di combinare insieme elementi provenienti dall’Oriente con altri, invece, tipici dell’Occidente. Vengono fatti molti film ad alto budget, vengono investiti molti soldi in costose produzioni cinematografiche. Questo non vuol dire che le pellicole siano poi necessariamente più belle. Tu cosa ne pensi?

Io ho la sensazione che in Cina il pubblico e i filmmakers considerino il cinema solo come fosse un’industria e i film come se fossero dei prodotti, un po’ come fanno ad Hollywood. In realtà però solo una parte dei film “commerciali” producono un utile, la maggior parte di essi costituiscono una perdita di soldi per le case di produzione. È un po’ un circolo vizioso perché i filmmakers che vogliono assecondare i gusti del pubblico finiscono col fare dei brutti film perché hanno scarsa considerazione dell’intelligenza del pubblico, che così facendo finisce con l’abituarsi a questo tipo di cinema. I produttori, ovviamente, cercano solo di abbracciare una fetta sempre più grande di mercato per fare soldi. Detto ciò, sono convinto che il gusto del pubblico cinese stia diventando più sofisticato e negli ultimi anni sono usciti dei film di alto livello artistico che hanno ottenuto buoni risultati al botteghino. Ce n’è ancora pochi, ma qualcosa si sta smuovendo. In quanto regista, io sento il dovere di migliorarmi sempre e di provare a cambiare questa mentalità del pubblico medio. Dall’altro lato bisogna anche dire che ci sono molti film che hanno difficoltà a soddisfare le esigenze degli spettatori, per esempio quando vengono utilizzati lunghi piani sequenza o quando viene ritratta una realtà cinese molto triste, oppure per via di alcuni particolari tipi di color grading che piacciono molto all’estero, ma non nel nostro paese. Con Taste of Rice Flower, io ho cercato di trovare un equilibrio tra il mio lato artistico e l’idea di un pubblico ideale per questo film, che racconta una storia triste sullo sfondo di una Cina che cambia. Mentre lo giravo, ho dovuto affrontare molte difficoltà. Innanzitutto, molte delle persone a cui parlavo del mio progetto mi dicevano che non sarebbe interessato agli spettatori occidentali perché non affronta temi spinosi e non è abbastanza pessimista. In secondo luogo, i produttori cinesi volevano qualcosa di più appetibile per il pubblico. Pertanto, ho cercato di risolvere queste due problematiche trattando di tematiche sociali senza tralasciare l’elemento della bellezza a cui ho tenuto molto. Il fatto che il mio film sia stato scelto per essere proiettato a Venezia dimostra che c’è spazio anche all’estero per questo tipo di produzioni cinesi. Voglio davvero avvicinare queste due lontane realtà: i festival internazionali e il gusto degli spettatori medi che ci sono in Cina. Di fatto, le persone cinesi che hanno avuto la possibilità di vedere Taste of Rice Flower sono rimaste positivamente sorprese del risultato raggiunto con un buon potenziale di andare bene al box office.

Ce lo auguriamo! Stai già lavorando al tuo prossimo film?

Sì, sto provando a fare un altro film nella stessa provincia dove ho girato Taste of Rice Flower perché durante la fase di scrittura e di riprese ho scoperto in quei posti delle realtà molto interessanti.

Tu hai studiato anche a Parigi. Quali sono i film e i registi che ti hanno formato maggiormente? 

Subito dopo aver completato i miei studi in Francia ho lavorato con Tsai Ming-liang ed è grazie a lui che ho imparato davvero cosa vuol dire fare cinema. Sono stati fonte d’ispirazione anche Takeshi Kitano, Yasujiro Ozu per il loro modo di trattare temi della realtà senza voler creare qualcosa di divertente a tutti i costi ed è qualcosa di molto intelligente da fare. Anche Stanley Kubrick è un regista che ammiro molto.

(Intervista a cura di Mariangela Martelli e Angelica Lorenzon. L’incontro con il regista Pengfei è avvenuto presso la Villa degli Autori, Lido di Venezia, in data 3 settembre 2017)

Angelica Lorenzon

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"I know everything, everything but myself."
- François Villon
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