Love & Peace di Sion Sono: sogno rock, incubo olimpionico e nichilismo

TOKYO 2020 – OLYMPIC DREAMS

Il contesto entro cui inquadrare storicamente Love & Peace mostra un presente che si affaccia sul futuro: è il 2013 (il film esce due anni più tardi) ed è stato appena annunciato che Tokyo ospiterà le Olimpiadi del 2020. La notizia viene accolta cum magno gaudio dal popolo giapponese, l’entusiasmo è palpabile in tutto il paese dove già si era svolta l’edizione del 1964, tra l’altro mirabilmente documentata dal regista Kon Ichikawa. Nella prima metà dei 60s, la eco e la fascinazione nipponica si propaga fino a Hollywood, che poco dopo realizza Cammina, non correre (Charles Walters, 1966), una deliziosa commedia sentimentale (nonché ultima pellicola con Cary Grant) ambientata proprio nella capitale del Giappone sullo sfondo delle competizioni olimpioniche.

love & peace sion sonoInsomma, i Giochi, tra miracolo economico e cartolina turistica per il resto del mondo, rappresentano un’occasione di ammodernamento architettonico e al contempo una sfida per dar prova di cosa si è capaci. In un clima di speranza un po’ à la Trump (“We Will Make Japan Great Again”), il Paese del Sol Levante confida nell’arrivo di un nuovo periodo di prosperità.

Inutile dire che lo sguardo di Sion Sono non è solo di diffidenza nei confronti di una manifestazione di questo genere, ma anche di desolazione e rabbia. Diretta e assolutamente non velata è la critica verso quella grande fetta di cittadini giapponesi fiduciosi che le Olimpiadi possano portare con sé una ventata di cambiamento all’interno della nazione. Inoltre, sembrano anche essersi dimenticati in fretta dello sgancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki per mano degli Stati Uniti, presi ora a modello per una attesa rinascita economica. È da una premessa come questa che può prendere via un discorso su Love & Peace.

RADIO FRIENDLY UNIT SHIFTER + TESTUDINES

Tendine con teschi. Chitarra classica e una elettrica. Nintendo 64. Poster di band rock. VHS. Stecche Marlboro. Bandiera Inglese. Adesivi. Kleenex. Lattine di birra. CD. Carte di caramelle. Confezioni di merendine. La cameretta di Ryo (l’attore Hiroki Hasegawa) è quella di un ribelle adolescente qualunque, ma lui quell’età l’ha superata da un pezzo. Legato ad un lavoro da impiegatuccio con spalle basse e schiena ricurva, il protagonista di Love & Peace è lo zimbello dell’ufficio. I colleghi lo chiamano “perdente”, lo deridono. Il suo coraggio, la personalità, il sogno di diventare un cantante di successo e di suonare al Nippon Stadium sono elementi accessori di un’identità spaventata dalla società: al riparo dal mondo, dentro la comfort zone rappresentata da casa sua, Ryo riesce ad essere se stesso, ma quando deve uscire di lì e subire angherie di ogni genere, si tramuta in un debole senza spina dorsale. Le sopraffazioni gli provocano una tale crisi da spingerlo a liberarsi dell’unica creatura verso cui prova affetto, una tartarughina che lo accompagna ovunque e a cui ha dato il nome di Pikadon.

A un certo punto della mia vita sono diventato ossessionato dalle tartarughe. Ne ho prese sei. Loro hanno quest’attitudine del tipo ‘mi chiudo nel guscio e vaffanculo’”. Non è Ryo a pronunciare queste parole, ma Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana infatti, almeno in parte, esemplifica il “sogno rock” del protagonista del film e il suo percorso da reietto sfigatello sensibilissimo chiuso in casa a suonare da solo tutto al giorno ad artista idolatrato da milioni di fan adoranti. Allo stesso tempo cinico bastardo e uomo dotato di grande sensibilità, la rockstar -quasi dall’oggi al domani- si trova gettata in circo mediatico all’interno del quale si adatta come meglio riesce (“The slave becomes the master”, canta James Hetfield dei Metallica in una canzone dell’album Death Magnetic).

È nel rapporto tra questo complessato uomo e la sua testuggine che si snodano i vari fili della narrazione di Love & Peace. Dopo essere stato gettato nello sciacquone e aver raggiunto le inquinatissime fogne di Tokyo, Pikadon trova una nuova e più amorevole famiglia composta da bambole, robot e pelouche viventi e animali veri (cani, gatti, oche, porcellini d’India, pappagalli, …) riunita nell’abitazione-laboratorio sottoterra di un senzatetto alcolizzato. Un luogo che ricorda la casa di JF Sebastian e la sua corte di creazioni meccanico-genetiche in Blade Runner. Qui, grazie a delle coloratissime caramelle dai poteri magici, la tartaruga s’ingrandisce a dismisura e sogna di trovare il suo vecchio padrone, che nel frattempo ha raggiunto una grande fama come cantante. La canzone che lo fa salire al vertice dei singoli più ascoltati in radio è quella che dà titolo al film.

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Un po’ animale-guida di Ryo (efficace la metafora dell’uscire dal “guscio” per trovare una strada verso il successo) e un po’ specchio della sua evoluzione nella giungla discografica (Pikadon cresce di pari passo con le ambizioni della rockstar), la tartaruga di Love & Peace incarna quei nobilissimi sentimenti che l’umanità sembra aver smarrito: l’affetto, il perdono. Tramutatosi in un gigantesco kaijū che, senza cattiveria alcuna, getta scompiglio e devastazione in città (quello di Sion Sono sembra essere sia uno sberleffo sia un ironico omaggio ai gamera-movies), Pikadon non desidera altro che ricongiungersi con Ryo, per il quale non riesce a non provare una grande affezione, sebbene sia stato proprio lui ad abbandonarlo.

PEACE, LOVE, EMPATHY

La formula “pace, amore ed empatia” chiude la lettera che Kurt Cobain scrive al suo immaginario amico Boddah prima di spararsi in vena una dose letale di eroina e poi farsi saltare la testa con un fucile da caccia. Senza speranze, smarrito e pieno di sensi di colpa, l’ultima grande rockstar si leva di torno mandando a fare in culo tutti, compreso se stesso. Ovunque, troppo dolore. Vent’anni dopo ci s’interroga ancora su quel gesto, in certi casi anche con un po’ di ammirazione.

Nella società dipinta con disillusione da Sion Sono in Love & Peace sembra non esserci limite alla follia: i pedoni per strada non si scompongono a vedere un gatto-pelouche in grado di elaborare complessi discorsi, gli scienziati sembrano trovar più gusto a distruggere, uccidere e torturare invece che studiare il regno animale, le persone (nello specifico, Ryo) cambiano amicizie con la stessa velocità con cui i bambini si disfano dei vecchi giocattoli, i telespettatori si bevono qualsiasi stupidaggine venga detta dall’altro lato dello schermo, il pubblico s’infatua e disinnamora delle rockstar di turno solo in virtù del passaparola e di quanto vengono spinte dall’industria discografica (bravura e talento contano fino a un certo punto, è soprattutto un gioco di pubblicità a governare il mondo dello spettacolo).

Che ne può essere di questo mondo impazzito? Che futuro può avere? Lontano dal voler far di Love & Peace una parabola ecologista, Sion Sono conduce gli spettatori in una piacevole e illuminante overdose di stimoli musicali, cinematografici, culturali, o più semplicemente legati all’attualità di un paese pieno di contraddizioni come il Giappone. Il regista di Tag e Shinjuku Swan fa di tutto per rifuggire non solo le regole di un sistema di mercato entro cui si sente visibilmente soffocare, ma anche la sua stessa filmografia, variegatissima per titoli e proposte, reinventandosi da un film all’altro.

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Il 2015 è stato un anno particolarmente prolifico per Sion Sono: 5 lungometraggi per il cinema + 1 per la tv. Tra questi, The Whispering Star, che artisticamente e stilisticamente si differenzia da tutti gli altri. Il film, sospeso tra fantascienza e profezia realista, mostra un pianeta una volta chiamato Terra dove la presenza della razza umana è stata messa a durissima prova in seguito a disastri naturali e nucleari. Quasi tutta la popolazione mondiale è stata spazzata via e i pochissimi individui rimasti si aggirano tra lande desolate ed edifici pericolanti. Un futuro spaventosamente silenzioso dove la morte regna in ogni luogo, in ogni soffio di vento contaminato. Nessuna scenografia montata per l’occasione, è la vera Fukushima con le sue auto sommerse dal fango, le barche nei prati, le case collassate, gli animali allo stato brado, la vegetazione che ha cominciato a crescere sulle rovine di quella che fino a una manciata di anni prima era ancora civiltà.

Tra scheletri di metallo ai lati delle strade e fili di erba alti oltre il metro, un anziano signore si china a salutare una tartarughina che passa di lì. Si tratta di un altro Pikadon? Nonostante abbia di fronte un essere appartenente alla specie che è stata in grado di distruggere con le proprie mani qualcosa di meravigliosamente unico come la Terra, la testuggine lo guarda con la perplessità di chi non sa cosa aspettarsi da un animale così stupido, ma senza odio. Senza rancore. Questi merda di sentimenti distruttivi sono roba da umani, meglio lasciarli a loro assieme al cupio dissolvi che li porterà dritti all’estinzione. Solo da lì, solo da un olocausto totale e auto-inflitto, solo da un inconscio suicidio di massa alimentato dal recondito impulso ad azzerarsi, questo pianeta potrà ripartire veramente da capo. È una speranza.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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