Manifesto, lo stato cadaverico dell’Arte e i 13 personaggi di Cate Blanchett

Manifesto, a cura di Julian Rosefeldt. In origine un’opera di video-arte fatta d’installazioni con proiezioni riprodotte in loop e tutte contemporaneamente, solo in un secondo momento prodotto cinematografico da commercializzare sul globo terrestre. Tredici personaggi appartenenti ad altrettante tipologie umane/lavorative, impersonati da Cate Blanchett.

No, l’attrice australiana non interpreta, nella stessa dimensione narrativa, tredici personalità differenti. Per intenderci, non è un essere umano in preda a una scissione della personalità come il James McAvoy di Split. L’immagine con cui configurare mentalmente Manifesto è quella di dodici+uno quadri, l’uno diverso dall’altro, piuttosto che uno specchio frantumato in altrettante parti all’interno della stessa cornice.

Una critica verso lo stato in cui versa ogni forma d’arte? Un attacco all’ipocrisia degli artisti? Una cinica constatazione della vuotezza delle parole spese per promuovere il proprio movimento? Una presa per il culo nei confronti degli spettatori? Una semplice provocazione? Un’operazione commerciale? Un modo come un altro per fare qualche soldo? Una produzione falsa e pretenziosa? Insomma, cos’è o cosa vuole essere Manifesto?

cate blanchett manifesto

Ci sono città del futuro, c’è il Futurismo. C’è un funerale, c’è la Morte dell’arte. Ci sono rifiuti, ci sono macerie da spostare da un posto all’altro. Ci sono rockstar, c’è sregolatezza. Ci sono eterne preghiere e bestiole domestiche, ci sono tacchini tagliati e animali impagliati. C’è una golden room, c’è un monolite nero. Ci sono bambini che disegnano a scuola, c’è l’idea che i loro scarabocchi siano l’unica possibile arte sincera. Ci sono diagrammi finanziari, ci sono ordini e sudore sul palcoscenico. Ci sono pupazzi caricaturali, ci sono burattini creati a propria immagine e somiglianza.

Con Manifesto viene facile scivolare nella numerologia perché la stessa operazione cinematografica che è stata fatta, più un collage che un film vero e proprio, si fonda sulla successione e la combinazione di cifre: tredici numeri, come si è già detto. Ogni personaggio porta con sé un contrassegno matricolare intuibile dalla sua entrata in scena. Nello specifico:

1 – il barbone

2 – la broker

3 – l’operaia

4 – la scienziata

5 – l’oratrice funebre

6 – la donna di casa

7 – la rockstar

8 – la borghese

9 – la regista teatrale

10 – la burattinaia

11 + 12 – la giornalista televisiva e la reporter

13 – la maestra

Sia chiaro, l’ordine non corrisponde né a una scala sociale né a una serie di livelli necessariamente interconnettibili tra loro. Lo stesso utilizzo di questi personaggi facenti parte di stereotipi consolidati pare dettato più da un gusto legato al montaggio del film che da un approccio logico-matematico. La riproposizione, lungo tutti i circa 90 minuti di durata, delle tredici “facce” indossate da Cate Blanchett risponde di nuovo a un’enigmatica scelta numerologica: 1-2-3-4-5-6-4-3-7-8-6-9-10-9-6-11+12-1-13 (le cifre vengano lette corrispondendo a esse i relativi personaggi).

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Infine, l’epilogo numerale che chiude Manifesto e racchiude nello stesso frame tutti i ruoli interpretati dalla Blanchett segue ancora un altro ordine: 4-9-5-2-7-3-1-11-6-10-13-8. Per non scombinare, con un numero dispari, l’armonia del quadro complessivo è stata lasciata fuori la reporter apparsa in binomio con la giornalista televisiva.

A conti fatti, Manifesto costituisce un paradosso. In breve:

  1. Non è cinema in senso stretto perché è frutto della video-arte.
  2. Non essendo cinema non dovrebbe essere considerato arte, ma facente invece parte di quel mondo è inevitabilmente comunque cinema.
  3. Essendo la rielaborazione di un’installazione costituita da proiezioni video non si può negare la sua natura indiscutibilmente cinematografica.
  4. Usa il mezzo cinema per metterne in crisi la sua funzione.
  5. Usa il mezzo cinema per mettere in discussione l’arte tutta.
  6. Fa uso di una delle più celebri attrice del cinema rifuggendone le regole.
  7. Stravolge l’idea di quello che un film dovrebbe essere senza tuttavia poter essere accumunato a qualche corrente.
  8. Riflette sulla crisi dell’arte senza volere offrire (meno male) possibili soluzioni.
  9. Impedisce una riflessione univoca, indirizzata verso un elemento preciso.
  10. Destruttura senza ricomporre.
  11.  Se ne frega del significato ultimo, ma vuole confezionare un prodotto cinematografico, che di fatto modifica la forma d’origine, per far sì che arrivi al maggior numero di persone possibile.
  12. Finisce vittima di una necessaria teorizzazione.

L’arte non è altro che la modellazione di un’idea, la creazione di un manufatto originatosi, in primis, da un’opera della mente. Le interpretazioni masturbatorie e i giudizi critici non sono altro che elementi accessori, elucubrazioni impossibilitate dal dissipare o dare un senso alla frustrazione che l’arte provoca in chi la osserva. Che due coglioni dover trovare una risposta a tutto, gran parte del tempo che s’impiega a farlo è perlopiù sprecato. E quindi?

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Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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