RomaFF12: Stronger, la bravura non basta

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Pochi mesi fa abbiamo visto il clamoroso Boston – Caccia all’uomo, dove Mark Wahlberg piangeva per la città di Boston. Jake Gyllenhaal piange invece per le sue gambe, interpretando Jeff Bauman, ragazzo che proprio quel giorno dell’attentato alla maratona di Boston, si trovava a pochi metri dall’esplosione, per tifare l’arrivo al traguardo della sua fidanzata. Arrivato in ospedale, i medici amputano le gambe già a pezzi del poveretto fin sopra il ginocchio.
Il resto è, da standard, una storia vera, la sua storia vera nel rialzarsi, fisicamente e mentalmente dall’accaduto, riprende in mano la sua vita e camminare con le sue nuove gambe.
Che Jake Gyllenhaal fosse un attore bravissimo, lo sapevamo da un pezzo, come anche sappiamo quanto negli ultimi anni stia cercando di portarsi a casa l’ambita statuetta per la miglior interpretazione. Il problema è che i film che gli vengono costruiti attorno non sono mai all’altezza, non per l’attore, ma per gli stessi contenuti. Il rischio è che si arrivi a film come Stronger, prodotti fatti con tutte le buonissime intenzioni, lo stesso Jeff Bauman è diventato un sorta di eroe per caso dato che sarà l’unico che riuscirà a collaborare con la polizia di Boston per aiutare la cattura dei due attentatori e, nonostante un primo momento di riluttanza, lui stesso diventerà una sorta di simbolo per aiutare la città a lasciarsi dietro il più presto possibile l’accaduto, infondendo coraggio a tutti gli altri.

Stronger si ferma qui, al classico film creato attorno ad un singolo attore, dimenticandosi di tutto il resto. Di questa stessa metafora di crescita e ulteriore evoluzione purtroppo il cinema ne è pieno, quindi è un terreno che lo spettatore già conosce ampiamente. Ci saranno iniziali momenti felici, altri più difficili, altri ancora che metteranno paura: la gravidanza della fidanzata e la paura di non poter correre dietro a quella che poi sarà sua figlia vista la sua condizione.
Tutte e tante tematiche affascinanti, potenti, ma mal sfruttate, perché l’occhio della telecamera cerca sempre e solo la performance del modello su cui si sta costruendo l’abito su misura e non accorgersi di aver seminato tantissimo per tutta la durata della pellicola e aver raccolto poco.

Lo stesso rapporto tra Jeff e Erin, la fidanzata, è di continuo allontanamento e riavvicinamento, una storia che verrà messa sempre sotto costanti prove, ma i due si amano, sono stanchi ma si amano e nessuno dei due si sta arrendendo. Questo elemento di dolcezza, arricchito anche da un’ottima performance dei due attori, purtroppo si perde perché rimane troppo in ombra, sfocata.
Peccato, perché poteva uscirne un bel film compatto, che andasse oltre il bel compitino presentato a dovere sulla soglia della porta dell’Academy.

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Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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