RomaFF12: The Place, tra inganni, mistero e seduzione

the place posterChe poi uno ci crede e spera sempre in qualche bel film italiano che fuoriesca da canoni o standard preimpostati con lo stampino. The Place poteva essere qualcosa di bello e (non) originale, ma alla fine della corsa oltre a scoprire che il film è liberamente tratto da una serie tv, The Booth at the End (presente su Netflix, recuperatela), di suo rimane praticamente poco se non nulla. L’incipit è la stessa trama del film: The Place è un locale che si affaccia in un incrocio tra due strade. Un uomo (Valerio Mastandrea) siede sempre lì in un tavolo, in silenzio e scrive appunti su una grande agenda. Nel corso del film, che si dipana in una settimana narrativa, riceverà la visita di otto persone, ognuna avrà delle richieste che l’uomo potrà esaudire senza battere ciglio, addirittura richieste come guarire il proprio figlio da un cancro terminale, ma per esaudire tali richieste, l’uomo chiederà ad ognuno di loro di fare qualcosa. Le richieste non saranno mai di facile realizzazione (uccidere una bambina, stuprare una ragazza, costruire e far esplodere una bomba) ma, come riporta sapientemente la tagline del film, cosa si è disposti a fare pur di avere la possibilità di vedersi un desiderio realizzato.

Su questa interessantissima base, Paolo Genovese racconta il proprio film, mantenendo sempre i piedi per terra nella narrazione, che si alterna a chiari momenti fantasy tanto che ci si chiede chi sia la figura di questo uomo, forse un diavolo tentatore, forse un mago, forse di più di questi, non si sa, ma al tempo stesso è una domanda di poca importanza, la lente è tutta focalizzata sulle reazioni e le scelte di questi otto poveri diavoli, chi accetterà, chi si ritirerà, chi mentirà su quello che farà, infatti The Place è un film che mostra poco ma racconta molto. L’occhio della camera è interessato su l’uomo, quel che succede fuori dal locale a noi non è dato sapere, motivo per cui quando uno degli interlocutori si siederà e comincerà a parlare, si dovrà capire se ciò che ha raccontato è vero o falso. Inutile dire che poi, inevitabilmente, le otto storie, si intrecceranno quasi in un sadico scherzo del destino (e se fosse proprio il “destino” la figura dell’uomo, con la possibilità di cambiare tutto?).

The Place è un film che, nonostante tutte queste belle premesse interessanti, si perde in un bicchier d’acqua, perché è il classico film che risponde a delle domande che nessuno ha mai posto. Lodevole la costruzione teatrale della scenografia, come detto sopra, noi giorno dopo giorno, sentiremo dalla bocca viva dei personaggi come è successo nelle ultime 24h, ma questo non è abbastanza perché il film non scava abbastanza nel parco giochi dei suoi otto personaggi, troppe chiusure forzate, troppi dialoghi che si tengono in piedi grazie a frasi fatti o aforismi. La stessa costruzione dell’uomo è altalenante e contraddittoria: si ci presenta come uomo razionale, con delle regole ben precise a cui non può infrangere, ma poi tutto si soverchierà, i ruoli cambiano, le promesse mantenute cambieranno regole e lo stesso personaggio da persona di pietra si scioglie al primo sorriso che gli invia la cameriera Sabrina Ferilli.

Mai come in questa occasione, The Place è un teatro ricco di dettagli, ma senza nessuna costruzione, intuizione o identità. Si sente la forte derivazione dell’opera a favore di una serie tv che probabilmente lavorando su lunga distanza, ha molte cose da dire, ma non basta prendere una buona idea e farci un film sopra se prima non si cerca di estrapolare l’anima come le tante contraddizioni dei temi proposti.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

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`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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