TFF35: Il trionfo di The Reagan Show

Intervistatore: “Quando sei stato attore hai imparato qualcosa che poi ti è stato utile una volta diventato Presidente?

Ronald Reagan: “Sono tentato di dire una cosa. Massì, la dico. Ci sono stati dei momenti durante il mio mandato in cui mi sono chiesto come qualcuno possa fare il Presidente degli Stati Uniti se prima non è stato un attore …

L’incipit di The Reagan Show (Sierra Pettengill & Pacho Velez, 2017) è strepitoso e racchiude in un semplice scambio di battute il senso di questo non-documentario e forse tutti gli otto anni di presidenza, nonché l’esistenza intera, dell’ex stella di Hollywood imprestata alla politica americana.

Reagan con uno stetson in testa. Reagan con un casco da cantiere. Reagan con l’elmo di Darth Vader. Reagan mentre abbraccia Topolino. Reagan con in mano macro-assegni. Reagan che presenzia a feste di ditte costruttrici. Reagan al camp Ronald McDonald. Reagan in campi di granoturco. Reagan e i sorrisoni con Gorbaciov. Reagan coi russi. Reagan coi berlinesi. Reagan con Michael Jackson. Reagan con Mr. T dell’A-Team. Reagan mentre gioca a baseball. Reagan mentre gioca a hockey. Reagan con Bob Hope. Reagan al galoppo di stalloni nel suo ranch. Reagan con una motosega in mano. Reagan che saluta folle adoranti. Reagan che conclude un suo discorso con We will make America great again!. Reagan che cita Star Wars con un rasserenante May the Force be with us.

Per fare politica, oltre ad avere una faccia di gomma, bisogna essere buoni attori. È un dato di fatto transnazionale. E Reagan i requisiti li aveva. Da Hollywood a Washington, che carriera per quello che -ridi e scherza- è stato uno dei Presidenti statunitensi retrospettivamente più amati di sempre. Complice anche un momento storico particolarissimo tra crisi dell’URSS e rivoluzione delle aliquote fiscali, passando per il confronto coi fallimenti della precedente gestione Carter, l’ex cowboy protagonista di film perlopiù dimenticati ha saputo ridare speranza al popolo americano attraverso misure strutturali, poche chiacchiere e scelte azzardate, ma vincenti.

Un uomo comune. La sua sincerità e semplicità emergono dalla collezione d’immagini raccolte in The Reagan Show, monstrum filmico capace di legare perfettamente assieme outtakes, reportage, servizi televisivi, cronache interne alla Casa Bianca, veri film hollywoodiani, interviste e spezzoni inedite di esse. Nessun tentativo agiografico, nessuna “operazione nostalgia”. Il lavoro di ricerca e, successivamente, il collage curato dal duo Pettengill e Velez è la dimostrazione di come si possa fare cinema (sarebbe sbagliato racchiudere il loro progetto soltanto all’interno della categoria documentaristica) raccontando un’anti-controstoria. Le riprese d’epoca non sono state rimaneggiate, come non lo sono state le parole pronunciate dai giornalisti, da Reagan, dai suoi avversari, dai suoi nemici o dai suoi bracci destri. Tutto è stato riproposto esattamente com’è stato trovato su scaffali impolverati, dentro database governativi, sepolto in bunker antiatomici convertiti in archivi per vecchie pellicole.

In The Reagan Show, la minaccia (rossa) di un inverno atomico costituisce il nervo su cui i filmmakers hanno innestato gran parte della tensione narrativa. Capitombolando in una contraddizione apparentemente assoluta, la Storia si fa storytelling. Viene mostrato quel che è successo tanto in America quanto in Europa (i germi della caduta del Muro di Berlino, il crollo sovietico) e quegli scenari mondiali sembrano uscire fuori non solo da un’epoca remota, ma anche da un lungo sogno cinematografico. Un attore che ribalta gli equilibri politici internazionali e finisce col diventare un eroe? Roba da cinema.

Emergono da The Reagan Show anche dettagli finora inesplorati del personaggio e della vita di Ronald Reagan, dalla sfiducia nel confronto del lavoro dei giornalisti (memore di quando gli davano dell’attore cane?) alle barzellette contro i comunisti durante i fuori onda (ma chi è, un precursore del Berlusca?) senza dimenticare il matrimonio con Nancy, di cui vale la pena citare una celebre affermazione riguardante la forte unione tra i due: Sapevo che diventare sua moglie era il ruolo che volevo interpretare. Lei se n’è andata il 6 marzo del 2016 a 95 anni, lui dodici anni prima a causa dell’Alzheimer. Di anni ne aveva 93. Della malattia neurodegenerativa non si fa mai menzione come nulla viene detto su quel che accade prima del 1981 (fatta eccezione per gli spezzoni dai film) e dopo il 1989. Ai fini del racconto di Pettengill e Velez conta solo il tempo trascorso alla White House, nulla più.

Un trionfo della semplicità questo The Reagan Show, che dopo Tribeca e Locarno viene presentato anche alla 35ma edizione del Torino Film Festival. Infine, orecchio di riguardo per le musiche di Laura Karpman (The Beguiled), tra parata trionfale, marcia militare e tastierine da b-movie horror. Atmosfere azzeccate per rievocare un’era di grande paranoia americana come furono gli anni ’80.

ronald reagan kurt cobain

Ronald Reagan disegnato da Kurt Cobain. Circa 1984.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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