TFF35: Wind River, ritornare nella terra dei lupi

La morte per assideramento di una giovane nativa americana getta nello sconforto la comunità locale della Wind River Indian Reservation e apre una vecchia ferita, mai completamente rimarginata, nella vita di Cory Lambert (Jeremy Renner). Sullo sfondo di un’oppressione perpetuamente perpetrata dai bianchi ai danni dei pellerossa (depressi, alcolizzati, drogati, ridotti a uno spettro dei loro antenati), le vicende del presente s’intersecano con gli irrisolti conflitti di un passato sanguinoso.

Taylor Sheridan, già sceneggiatore degli eccellenti Sicario e Hell or High Water, dirige un film indubbiamente meno potente di questi due titoli, ma facente parte di un trittico dominato dagli stessi elementi narrativo-geografici: la Frontiera americana e la riproposizione, circa centocinquant’anni dopo, della lotta dell’Uomo con la Natura, con la Legge. Sempre attento anche alla scrittura di personaggi femminili che cercano con tutte le forze di dimostrarsi forti e combattivi (Emily Blunt in Sicario, qui invece è Elizabeth Olsen a essere la co-protagonista), Taylor Sheridan modella le sue storie attorno a uomini in bilico tra cosa è moralmente giusto e ciò che è legalmente corretto fare. Ne sono una prova Benicio del Toro e Josh Brolin, Ben Foster e Chris Pine.

wind river recensione

Wind River è incentrato sulla figura di Cory, un moderno cowboy che ha avuto un figlio “mezzosangue” con un’indiana (nel vecchio West, tutto ciò avrebbe costituito per i settlers un’onta da punire con l’emarginazione o, peggio, con la morte). A caccia di lupi e puma, predatori che minacciano inermi greggi di pecore, ma anche di fuorilegge che seminano terrore nella terra in cui abita (efficace la metafora tra mondo animale e società umana), Cory è un giustiziere silenzioso, capace di mimetizzarsi nelle neve più accecante, sempre a bordo di una motoslitta invece che su un cavallo (in Hell or High Water il corrispettivo era costituito da bolidi a quattro ruote, in Sicario da grosse Chevrolet e Ford della polizia), spinto a investigare l’ignoto, a trovare risposte a interrogativi spaventosi, a percorrere strade alternative, a spingersi in luoghi sconosciuti.

Ci sono i territori e ci sono le autorità, c’è il sopravvivere e c’è l’arrendersi, c’è la Legge e c’è l’ordine della Natura. La giustizia è un’arma nelle mani di chi sa usarla a suo vantaggio. In Wind River è chiaro che la vicenda di soprusi compiuti dai bianchi ai danni degli indigeni funge sia da denuncia per qualcosa che sta succedendo negli USA e in Canada (il film Before the Streets di Chloé Leriche ne indaga le atrocità) sia da mero pretesto narrativo per illustrare quanto gli umani possano essere marci, disgustosi, miserabili e quanto la wilderness non possa essere sradicata dai loro codici genetici, di quanto sia un carattere inscindibile di una specie che si reputa superiore alle altre, ma che non lo è. Una lezione, quella di Taylor Sheridan agli spettatori dei suoi film, che può essere imparata solo brutalmente: contribuire a creare un nuovo equilibrio, non aspettare che ciò avvenga senza un intervento esterno.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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