Parigi, 1964. Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) chiede al gallerista James Lord (Armie Hammer) di poter eseguire un suo ritratto. La genesi di questo dipinto farà nascere una bizzarra amicizia tra i due. Breve sintesi di quel che accade in Final Portrait, che dopo la Berlinale è stato presentato anche alla 35ma edizione del Torino Film Festival.
Sceneggiato e diretto da Stanley Tucci, Final Portrait non vuole essere un classico biopic sull’artista maledetto, la fama, i suoi eccessi, le spirali autodistruttive dei geni sregolati e quant’altro, ma piuttosto un semplice sguardo su due individui, Lord e Giacometti, distanti anni luce l’uno dall’altro, uniti in nome dell’Arte.
All’interno dell’atelier, il pittore-scultore passa gran parte delle sue giornate, è circondato da opere incomplete (alcune sono così per volontà propria, altre per mancanza d’ispirazione), si serve di giovani modelle prostitute, fuma una sigaretta dopo l’altra, esalta Cézanne e sminuisce la carriera di Picasso. Tra le varie attività che lo vedono impegnato c’è anche la quotidiana riflessione sul suicidio e la fascinazione per la morte. Quale potrebbe essere il modo migliore per suicidarsi? Ce n’è uno più spettacolare degli altri? Forse darsi fuoco come un bonzo tibetano? In quello che è un cupio dissolvi teorico e reale, Giacometti -come la maggior parte degli artisti prima e dopo di lui- non ha nessuna considerazione del denaro, lo sperpera, lo spende tutto in regali, laute mance ai ristoratori, pagamenti arretrati e futuri ai papponi.

Per contro, Lord è l’esatto opposto. Serio, pulito, puntuale, metodico, con una moglie che lo aspetta dall’altro lato dell’Oceano. È attratto dalla sregolatezza del nuovo amico e non perde occasione per andare a trovarlo, documentare con la propria macchina fotografica il progresso del dipinto, appuntarsi sull’agenda quel che succede e viene detto di volta in volta. Gli appuntamenti “pittorici” che si danno, dopo ben poco, non sono altro che un’occasione per trascorrere del tempo assieme, conoscersi e forse sentirsi meno soli.
Con il suo Final Portrait, Stanley Tucci costruisce un film monumentale e allo stesso tempo senza grandi pretese. Gran parte del film sembra essere virato in tonalità di grigio come le statue oblunghe che popolano il laboratorio di Giacometti e che lui continua a modellare e modificare, opere d’arte incompiute per decisione dell’artista quasi volesse cercare di perseguire un ideale di perfezione nel lasciare mancanti delle parti. È quel che succede anche al ritratto di Lord. E fintanto che Final Portrait rimane confinato dentro le mura dello studio lo spettatore è beatamente rinchiuso dentro quel minuscolo mondo dove le idee prendono forma, quando la cinepresa esce di lì e si limita a offrire abbozzate immagini-cartolina di una Parigi dell’epoca si perde un po’ di quella magia fatta di pochi esseri umani, scarabocchi, pennelli, …

