TFF35: Most Beautiful Island, intervista ad Ana Asensio

Tra i titoli più affascinanti della 35ma edizione del Torino Film Festival c’è, senza ombra di dubbio, Most Beautiful Island, diretto e interpretato dalla talentuosa Ana Asensio. Nel farle i complimenti per la sua pellicola e i migliori auguri per il suo futuro da regista dopo questa notevole opera prima, abbiamo colto l’occasione per chiacchierare con lei del suo film.

La vicenda narrata in “Most Beautiful Island” è molto particolare. Come hai lavorato a questa storia?

Ho voluto raccontare una storia che fosse vicina alla mia realtà, qualcosa che potessi conoscere bene perciò mi sono liberamente ispirata a delle vicissitudini che in prima persona ho vissuto a New York e le ho elaborate per farne degli elementi di finzione. Amo molto i film che si svolgono nell’arco di ventiquattro ore e ho concepito il mio film in questo modo.

Ci puoi raccontare qualcosa dell’avventura produttiva che ha portato alla realizzazione di “Most Beautiful Island? È stato complesso trovare i fondi per fare un film come il tuo?

È stato un processo molto lungo perché ero completamente sola nel cercare i fondi per produrlo. Durante questi anni ho bussato a molte porte, ma ero così determinata a fare Most Beautiful Island con qualsiasi budget avessi che alla fine ho usato tutti i miei risparmi e del denaro messo da alcuni investitori. Alla fine sono stata in grado di girarlo. La casa di produzione Glass Eye Pix si è fatta avanti per continuare a produrlo ed è stato un momento chiave perché, nonostante io fossi stata capace di mettere assieme i soldi per le riprese, non avevo idee di cosa volesse effettivamente dire produrre un film!

most beautiful island ana asensio

È il tuo primo film da regista. Prima di questo hai diretto dei cortometraggi?

Assolutamente no. Prima di Most Beautiful Island non avevo diretto nulla. Si è trattato della mia primissima esperienza sia come sceneggiatrice sia come regista.

Com’è stato girare il tuo film in 16mm e quali problematiche ci sono state?

È sempre stato un mio sogno poter girare in Super 16mm. Mi sono ispirata ai film newyorkesi degli anni ’70 e ho provato a ricreare quel tipo di atmosfera metropolitana dell’epoca. Sono stati fonte d’ispirazione anche i lavori dei Fratelli Dardenne e di Andrea Arnold, per non parlare ovviamente di quelli di John Cassavetes. Per le parti più surreali di Most Beautiful Island sono stata influenzata da alcuni film di Roman Polanski. A parte essere decisamente più costoso utilizzare la pellicola piuttosto che il digitale, la difficoltà più grande che abbiamo riscontrato è che ci vogliono tre persone solo per l’utilizzo della cinepresa, invece che una come avviene se si usa una videocamera. Perciò la sfida più grande è stata non avere un monitor per vedere man mano le riprese che abbiamo fatto. Lavorare con la pellicola vuol dire produrre qualcosa che non rappresenta mai al 100% quel che si ha in mente, per non parlare del fatto che si possono verificare dei problemi in fase di sviluppo con il rischio quindi di perdere magari un’intera giornata di lavoro.

Per le scene nelle strade di Manhattan avevate dei permessi oppure è stato tutto fatto di nascosto?

Avevamo il permesso di filmare a NYC, ma abbiamo comunque fatto tutto di nascosto per preservare e catturare il realismo che volevo per il mio film. Essendo la cinepresa ingombrante abbiamo utilizzato una crew numericamente molto ridotta in modo tale da muoverci nelle strade più affollate senza essere notati.

 Il poster stilizzato del film mi ha ricordato quello del film francese “Occhi senza volto” (Georges Franju, 1960). Anche se si tratta di opere completamente diverse, vi siete vagamente rifatti a quella locandina?

No, non ne sapevo nulla. Il concept grafico è basato su delle vaghe idee che avevo a riguardo e che Jay Shaw ha realizzato magnificamente. È molto stile rètro, qualcosa che amo particolarmente.

 C’è un motivo particolare per cui buona parte del tuo film, di sicuro le scene più cruciali, sia ambientato a Chinatown?

Sono sempre stata molto affascinata dal quartiere di Chinatown e dal sottomondo che credo esista lì. A livello narrativo, aver girare delle scene lì rende più misterioso l’intero film. Inoltre, molte di queste scene sono di pura improvvisazione ed è stato grandioso perché ha concesso di mostrare l’energia di quella parte della città.

Per il party segreto mostrato nel film ti sei basata su qualche realtà di cui hai sentito parlare?

Ho sentito molte strane e spaventose storie sulla vita notturna di New York ed è vero che esistono dei club esclusivi dove può accedere solo una élite segreta. Nell’effettuare delle ricerche a riguardo, mi sono rivolta al Dipartimento di Polizia di New York e ho chiesto cos’avessero nei loro archivi. Devo ammettere però che un party come quello di Most Beautiful Island non esiste, o almeno non esisteva prima dell’uscita del film!

Dal tuo punto di vista, quali sono attualmente le più grandi contraddizioni degli Stati Uniti d’America?

Ora come ora la più evidente riguarda quella per cui alcuni americani parlano di “immigrati” … ti fa pensare quanto la loro memoria sia breve su chi abbia fondato gli Stati Uniti d’America.

In un clima come questo c’è ancora spazio per il cosiddetto “sogno americano”?

Sì, è qualcosa che esiste ancora e si basa sul talento e soprattutto sul duro lavoro. Il concetto si è evoluto e si è adattato nel corso tempo, ma è ancora molto forte l’idea che una persona possa compiere una scalata sociale grazie alle sue capacità.

Nel 2009 sei stata alla Festa del Cinema di Roma per l’anteprima mondiale del film “The Afterlight”. Che rapporto hai con l’Italia?

È stata una grande esperienza la Festa del Cinema di Roma. Amo quella città e tutte le parti d’Italia dove sono stata nel corso degli anni. Mi piace molto il cinema italiano, soprattutto i film di Michelangelo Antonioni.

(Intervista ad Ana Asensio, regista e protagonista di “Most Beautiful Island”, condotta da Simone Tarditi tra novembre e dicembre 2017)

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