Chasing Trane – The John Coltrane Documentary, parabola di un profeta del jazz

Partono i titoli di testa e lo spettatore viene catapultato in un vortice cosmico dipinto dalle note di John Coltrane. Ammassi di stelle, globuli planetari, brodi primordiali. La sua musica è frammentata, scomposta e ricombinata. Compaiono sullo schermo, emergendo dallo spazio profondo, i nomi dei realizzatori di Chasing Trane, ma la mente è focalizzata su altro. Riaffiorano tra i ricordi i titoli degli ultimi album (postumi) del sassofonista: Transition, Sun Ship, Om, Cosmic Music, Stellar Regions, Interstellar Space. In quali luoghi sconosciuti dell’universo era diretto? Da quali forze mistiche era attratto mentre lasciava questa Terra? Dove ci ha voluto portare? I suoi ultimi dischi contengono codici ancora indecifrati? Cinquant’anni dopo la sua morte ci s’interroga ancora sui significati nascosti all’interno delle composizioni di John Coltrane, dentro le combinazioni matematiche e le suggestioni spirituali inscindibili dalla musica che è stato in grado di creare.

Non un bambino prodigio, sicuramente non un genio della musica fin dalla più tenera età, John Coltrane impiega anni e anni a perfezionare il suo sound e diventare uno dei più grandi jazzisti del mondo. Non si diventa gli eredi di Charlie “Bird” Parker calandosi in vena dosi di eroina, ma studiando. Quando è ancora niente più che un ragazzino, la madre lo manda a prendere lezioni di sax da un insegnante privato e quando è già grande e comincia a calcare palchi importanti, continua a esercitarsi in ogni momento libero (in viaggio, prima e dopo gli show, nelle stanze d’hotel, per strada, ovunque). Dedizione, impegno, rigore, mente focalizzata. Questo è il John Coltrane che cede alle tentazioni (alcol, droghe), ma che sopravvive, imparando dagli sbagli commessi, e nell’ultimo decennio della sua carriera diventa il sassofonista per antonomasia, preso a modello da tutti.

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Atteso per almeno due decenni dai fan del musicista, Chasing Trane, regia di John Scheinfeld, è un buon documentario per conoscere John Coltrane, ma non a tutti può bastare. Quel che manca è il coraggio di correre dei rischi, di raccontare in maniera inusitata qualcosa di nuovo, di fare luce su aspetti ancora sconosciuti. Kasper Collin invece, con il suo I called him Morgan, ci è riuscito e attraverso ricerche approfondite ha fatto un lavoro destinato a durare nel tempo. Ecco cosa forse è mancato a Chasing Trane: un po’ di autorialità.

Mettendo da parte questa personale considerazione, bastano pochi minuti dei filmini in 8mm girati da Alice, moglie di Coltrane, per rimettere in carreggiata un documentario che per quasi un’ora ha narrato abilmente l’ascesa del musicista, ma senza realmente raccontare qualcosa di nuovo.

Gli home movies, seppur mossi, sfocati e girati alla bell’e meglio, offrono uno sguardo inedito su John, prima come padre di famiglia, poi come uomo e solo infine come musicista. Lo si vede giocare coi figli, insegnar loro come camminare, scherzare con sua moglie, aggirarsi con una vestaglia rosso regale in giardino, ma anche fare il burlone a beneficio di obiettivo della cinepresa, oppure in studio di registrazione a scherzare con Jimmy Garrison o a fumare la pipa con di fianco Elvin Jones che gli mostra un sigaro cubano e sembra volerlo convincere di quanto sia superiore mentre McCoy Tyner passa dietro di loro con uno sguardo perplesso. Si è sempre saputo dell’esistenza di questi filmini della famiglia Coltrane, ma -fatta eccezione per qualche frammento inserito nell’opus magnum televisivo di Ken Burns sul jazz- essi non erano ancora stati resi pubblici fino ad oggi, più di cinquant’anni dopo essere stati realizzati amatorialmente.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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