Il preservativo usato appeso alla cornice di The Square

Palma d’Oro, valanga di premi in Europa e resto del mondo, probabile vincitore nella categoria Miglior Film Straniero, The Square è uno dei titoli chiave di questo 2017. Sicuramente uno dei più significativi tra quelli faticosamente approdati nelle sale italiane. Tra i film di Cannes non ancora distribuiti mancano ancora all’appello quelli di Roman Polanski (Da una storia vera), Todd Haynes (Wonderstruck), Yorgos Lanthimos (The Killing of a Sacred Deer), Lynne Ramsay (You Were Never Really Here), tutti previsti per la primavera del 2018 quando nel frattempo saranno approdati illegalmente su internet e tristemente riusciranno a incassare una manciata di euro qui nel Bel paese.

Questa sparata nei confronti della distribuzione italiana non è a caso perché rimanda a una riflessione che vale ora come sempre: come funzionano i meccanismi di rendere l’Arte accessibile al pubblico? L’era digitale che problemi sta comportando nei metodi di fruizione? Se un paio d’occhiali lasciati sul pavimento possono passare per manufatto artistico degno di essere fotografato (fare caso all’incipit del film per un dettaglio scenografico per nulla casuale) allora l’arte contemporanea ha raggiunto una tale vicinanza con la quotidianità da rendere invisibile il confine tra le due. Già anticipato dalla Pop Art, non è comunque un grande risultato.

Dalle pitture rupestri alle ditate di merda sulle pareti della cella di un carcere il passo è breve, The Square non vuole indagare cosa sia l’Arte oggi, ma se essa sia effettivamente morta, finita, sostituita. La sua funzione è cessata, per così dire? I musei sono solo luoghi per spillare soldi a orde di visitatori zombie? Il tema del denaro ammanta tutto il film. L’urgenza di fondi economici per tenere in piedi un’istituzione museale cadaverica come quella cui è a capo il protagonista è analogo, in termini di “ricerca”, a quello dei numerosi mendicanti che chiedono l’elemosina disseminati lungo tutta la storia.

the square elisabeth moss

Christian, benestante, ben educato, preoccupantemente disturbato e bisognoso di una doppia vita per sfogarsi, depurarsi, è anche un padre. Al di là del fatto che non le capisce, non comprende le loro esigenze, ha messo al mondo due figlie che stanno diventando grandi. Sostanzialmente: due prodotti fatti, finiti e in divenire. Tutto il contrario dello sperma intrappolato all’interno del preservativo usato per il fugace rapporto sessuale con la giornalista infatuata di lui (l’attrice Elisabeth Moss, una scena demoralizzante ed esilarante). Il cestino dove viene buttato il condom sembra tanto una minuscola cella frigorifera, forse lei conserverà il seme di lui e con esso si farà fecondare artificialmente, chissà, ma non è questo il punto. Alla base c’è il concetto di un potenziale che può morire o dare letteralmente vita a qualcosa.

L’Arte contemporanea, per contro, pare trovarsi nel mezzo andando a configurarsi, metaforicamente, come un aborto creativo. Un’installazione di sedie impilate alla rinfusa le une sulle altre, delle montagnole di sassolini che si possono risistemare se per sbaglio vengono scombinate da un distratto addetto alle pulizie e che allo stesso tempo è vietato fotografare, la performance di un uomo-scimmia che finisce presumibilmente in tragedia, ma soprattutto il quadrato luminoso che dà il titolo al film e all’interno del quale tutti sono uguali e hanno gli stessi diritti. Più che opere artistiche, soprattutto se paragonate con ciò che è stato fatto in passato, quelle mostrate in The Square e che riempiono i musei di tutto il mondo, sono idee abbozzate ai margini del cervello di artisti privi di un qualche talento, ma abili a vendersi.

Arte usa-e-getta. Mungitura dei ricchi donatori fino all’ultima goccia, vampirismo finanziario. Ritrovi elitari solo per consumare costosi piatti tutti insieme. Disprezzo per chi non appartiene allo stesso ceto. Stratagemmi per derubare il prossimo. Ruoli ricoperti con incompetenza. Desolazione e sfiducia. Zero idee valide. Distrazioni che costano carriere e vite intere. Cecità nei confronti della sofferenza del mondo. Descritto come una critica alla borghesia e alla società odierna, The Square prende a bersaglio il mondo tutto, nessun escluso. Con un pizzico di compiacenza e senza mai essere volutamente troppo cerebrale. Durerà nel tempo? Non è importante.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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