Mel Brooks e Adolf Hitler. Si può scherzare sull’Olocausto? Intervista ai realizzatori di The Last Laugh

In un momento storico in cui camminare coi piedi di piombo è diventata un’abitudine, scrivere di certi argomenti spinosi, di difficile trattazione, non è semplice. Scriverne, ma anche farne film, documentari, broadcast alla radio, vignette umoristiche, o semplicemente chiacchierarne al bar con amici o vecchietti avvinazzati che giocano a carte. La strada del buonismo è scivolosa, s’inciampa nel politicamente corretto con la stessa facilità con cui si ordina un caffè. E via di frasi fatte, di pensieri che possano non offendere nessuno. La faccenda è seria: se dici una cosa sbagliata rischi il posto di lavoro, la reputazione all’interno della comunità (sempre più virtuale). Una parola di troppo e ci si macchia per sempre.

Di recente è uscito nelle sale italiane Morto Stalin, se ne fa un altro e si sarebbe meritato una maggiore eco mediatica. Divertente, intelligente, un ottimo esempio delle potenzialità del cinema come veicolo per ricordare e non dimenticare. Un film folle, totalmente fuori controllo e con alla base una domanda fondamentale: lo Stalinismo fu spaventoso tanto quanto il Nazismo, possiamo farci finalmente due risate in santa pace?

Il documentario The Last Laugh, passato anche alla Festa del Cinema di Roma nel 2016, indaga invece il tema dell’umorismo legato all’Olocausto, ma parla anche della nostra epoca dove la censura sta aumentando invisibilmente. Un mostro sacro come Mel Brooks ha costruito parte della sua carriera sulla imitazioni di Adolf Hitler: si vedano il suo esordio alla regia, The Producers (in Italia barbaramente tradotto in Per favore, non toccate le vecchiette) premiato agli Oscar per la Migliore Sceneggiatura, oppure i finti home movies del 1978 (Peeping Times) che vedono come protagonista proprio il dittatore nazista. Satira intelligente, roba fatta per deridere il più crudele dei tiranni. Eppure, ancora oggi, è più semplice ridicolizzare un fenomeno come il Nazismo piuttosto che fare batture o gag su quella che è una sua estensione: l’Olocausto.

Ecco il motivo d’indagine di The Last Laugh: fino a che punto ci si può spingere con un tema come quello della Shoah? Cosa si può dire e cosa no? C’è qualcuno che ha effettivamente diritto di scherzare su sei milioni di ebrei morti? Se sì, chi? Ovviamente non c’è nessuna risposta valida sempre e per tutti. Il tempo che passa permette di poter trattare una materia tanto tragica con del divertito distacco, certo, ma questo può non valere per chi ha vissuto in prima persona un determinato avvenimento o per i suoi discendenti. Inaspettatamente, la forza di mettere alla berlina il Nazismo è soprattutto di chi è riuscito a scampare all’Olocausto, i giovani messisi in salvo che ora sono ultraottantenni, ultimi testimoni memori di quell’Inferno propagatosi in Europa.

Nonostante la sua natura un po’ didascalica, The Last Laugh ha tutte le caratteristiche per durare nel tempo se riuscirà a raggiungere il maggior numero di spettatori possibili, gli studenti prima di tutto perché è giusto documentarsi sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale (Le quasi dieci ore della Shoah di Claude Lanzmann, per fare un esempio), ma non è abbastanza. Quando Adolf Hitler prese il potere, in molti pensarono non potesse fare più di tanto quel pagliaccetto coi baffetti alla Charlie Chaplin. Invece sappiamo com’è andata. E ora che alla Casa Bianca c’è un bullo come Donald Trump come dobbiamo comportarci? È lecito avere un briciolo di timore per quello che potrebbe fare? Al pubblico l’ardua sentenza.

Per l’occasione, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i realizzatori del documentario, Ferne Pearlstein e Robert Edwards al fine di scoprire qualcosa in più sulla creazione del loro The Last Laugh, dell’incontro con Mel Brooks, d’inaspettati e per nulla casuali riferimenti alla cultura italiana, di Jerry Lewis, F. W. Murnau e ovviamente Donald Trump.

C’è un motivo particolare per cui avete deciso di fare questo documentario?

Ferne Pearlstein: Nel 1991 io e altri giornalisti eravamo stati a Miami per visitare l’Holocaust Memorial, assieme a me c’era Kent Kirshenbaum, la cui madre era una ebrea italiana fuggita da Roma assieme alla famiglia durante gli anni di Mussolini. Sia io sia Kent avevamo appena finito di leggere “Maus” di Art Spiegelman e ricordo che la guida, una sopravvissuta all’Olocausto, ci disse che non l’aveva letto, ma che trovava l’idea intollerabile perché non credeva si potesse ridere o scherzare su ciò che aveva fatto Hitler. Ciò che ci disse ci colpì molto e quando Kent ritornò all’università lì scrisse un paper sulla questione: The Last Laugh: Humor and the Holocaust. Anni dopo, quando ero alla Stanford a prendere il mio master sul cinema documentaristico, me ne diede una copia e mi chiese di farne un film. Era il 1993.

Ferne Pearlstein e Robert Edwards

Com’è stato incontrare Mel Brooks per la prima volta?

Ferne Pearlstein: All’inizio mi sono sentita un po’ tra le nuvole per via della sua aura, ma sapevo si sarebbe trattato di un’occasione unica nella vita perciò mi sono messa d’impegno per far sì che tutto andasse bene in modo tale da tenergli il passo. La sua intervista è stata girata in Super 16mm, ogni bobina dura solo dieci minuti e lui mi disse che avrebbe concesso solo mezzora del suo tempo, ma alla fine fu talmente coinvolto che girammo ben cinquanta minuti. Finita l’intervista mi ha dato tre baci sulla guancia e mi ha detto “Ottimo lavoro, Pearlstein!”. In quel momento ho pensato di poter andare direttamente in pensione, ero al settimo cielo.

Durante la 67ma edizione della Berlinale ho assistito a una cosa che non dimenticherò mai. Alla proiezione di “The Party”, commedia nera diretta da Sally Potter, il pubblico perlopiù tedesco [dal momento che non era una proiezione per la stampa, NdR] ha riso senza sosta per tutta la durata del film tranne in un’occasione, quando uno dei personaggi ha fatto una battuta sul Nazismo. Silenzio in sala per due minuti interi, non volava una mosca. In Germania si pensa al periodo nazista come a una pagina vergognosa e tutto quello che si vuol fare è andare avanti, ma son rimasto stupito dalla loro incapacità di ridere di loro stessi. In Italia siamo in grado di farlo. La nostra gente ha sofferto così tante privazioni durante la Seconda Guerra Mondiale che non può esimersi dal mettere in ridicolo una figura come quella di Mussolini. È una forma di vendetta. Quel che vorrei sapere da te è quale sia stata la reazione del pubblico dopo le prime proiezioni del vostro documentario, nello specifico cos’abbiano detto i reduci che hanno avuto la possibilità di vederlo …

Ferne Pearlstein: Quando ho cominciato a lavorare a questo documentario ero nervosa all’idea di dover intervistare persone scampate all’Olocausto, ma son poi rimasta sorpresa da quanto invece loro fossero disponibili a parlarne. All’interno delle loro storie c’erano degli episodi buffi, ironici, ma questo non vale per ognuno e soprattutto non tutti hanno voluto renderci partecipi di ciò. Da un certo punto di vista, il pubblico che ha visto The Last Laugh si è comportato in maniera similare. Alla fine delle proiezioni, molta gente è venuta da me per dirmi che i loro genitori o nonni avevano un senso dell’umorismo simile a quello di Renee, la protagonista del mio documentario.

Ho apprezzato molto che tu siate riusciti a ritagliare nel vostro documentario anche un po’ di spazio per “The Day the Clown Cried” [Di e con Jerry Lewis su un pagliaccio rinchiuso in un campo di concentramento che è costretto ad accompagnare i bambini alle camere a gas. Il film, girato nel 1972, non è mai stato distribuito né proiettato pubblicamente, NdR]. Sei riuscita a visionarne dei frammenti? Credi potrebbe avere ancora un certo impatto se venisse fatto vedere oggi?

Ferne Pearlstein: Jerry Lewis, poco prima di morire nell’estate del 2017, ha fatto un patto con la Library of Congress affinché il suo film venga mostrato alla gente nel 2025, a cent’anni dalla nascita del comico americano. Perciò, fra non molto tempo, saremo noi stessi a poter vedere e giudicare questo suo inedito lavoro. Sarà davvero un disastro o un film avanti coi tempi? Sono pochissime le persone che giurano o fingono di averlo visto e ognuno ha un’opinione contrastante.

“The Last Laugh” è anche il titolo internazionale di “Der Letzte Mann” (F. W. Murnau, 1924). Anche se non c’è un collegamento diretto col film tedesco (lo stesso regista morì in California nel 1931, prima che Hitler prendesse il potere), il vostro è anche un omaggio a quella pellicola?

Robert Edwards: Eravamo certi che i cineasti avrebbero tracciato un parallelismo tra il nostro documentario e il film di Murnau. In realtà, c’è un collegamento tra i due titoli. Der Letzte Mann parla anche dell’umiliazione della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, terreno fertile per far crescere le radici del Nazismo, perciò credo che si possa stabilire un legame tra i due prodotti cinematografici, sì.

Ci sono dei riferimenti alla cultura italiana in “The Last Laugh”. Mi riferisco all’uso che avete fatto di canzoni come “O Sole Mio” oppure “Volare” e all’aver scelto come location anche la finta Venezia costruita indoor a Las Vegas, un po’ come quella del film “Cappello a cilindro” (1935) con Ginger Rogers e Fred Astaire.

Ferne Pearlstein: Tutto è cominciato per pura coincidenza. Inizialmente avremmo dovuto filmare un’altra persona sulla gondola, ma questa donna si è tirata indietro all’ultimo minuto. A quel punto è stata Renee a proporci di andare lei sulla gondola assieme a un’altra sopravvissuta, Elly Gross. Per quanto riguarda l’uso di “O Sole Mio”, la storia è questa: salire su una gondola a Las Vegas equivale a fare un giro sulle montagne russa al luna park. Abbiamo preso biglietti per tre corse. In due avrei filmato Renee ed Elly mentre parlavano, durante la terza invece avrei ripreso solamente il gondoliere che cantava. Eravamo d’accordo che cantasse solamente “Volare”, ma a un certo punto si è messo a intonare “O Sole Mio” e allora ho provato a farlo smettere perché avrebbe rovinato il girato cambiando canzone. A quel punto è successa una cosa inaspettata. Renee, sentendo “O Sole Mio”, si è emozionata e ha detto a Elly “Questa è una canzone bellissima. Dopo ti racconto una storia”.

A quel punto era finito il secondo giro in gondola e io non mi ero resa conto che i loro microfoni erano ancora in funzione. Il tecnico del suono era lì vicino, fuori dall’acqua, e ha iniziato a sentire la storia di Renee. “O Sole Mio” era una canzone molto celebre nel periodo in cui lei, i suoi genitori, sua sorella furono fatti prigionieri. Non li vide mai più. Quella canzone evocava nella sua mente un ricordo devastante. Ho deciso di concludere il documentario proprio con quel racconto.

Pensate che l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca possa portare a un aumento o una diminuzione della satira in America? La sua presidenza potrebbe comportare un tasso più alto di censura nel mondo del cinema e dell’intrattenimento televisivo?

Robert Edwards: The Last Laugh ha iniziato il suo giro nei festival prima che Trump diventasse il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Questo ha fatto sì che dopo la sua elezione le reazioni del pubblico americano siano cambiate. Nel documentario, c’è un momento in cui Renee racconta che se nella Germania del 1933 chiunque sarebbe stato licenziato se si fosse permesso di definire Hitler un pagliaccio. Oggi, quando la gente guarda quella scena, rimane senza fiato perché il collegamento con Trump è istantaneo. Per quanto riguarda la satira come strumento da usare contro i tiranni penso che si sopravvaluti un po’ la questione. Abbiamo inserito la clip di Manhattan di Woody Allen quando dice che contro i Nazisti una cosa è un pezzo satirico sul New York Times, tutt’altra è un’azione collettiva fatta di bastoni e mattonelle da lanciare. Ci sono però casi in cui la satira è tutto ciò di cui dispone un popolo oppresso. È un fatto positivo che Trump sia diventato bersaglio di battute per i suoi capelli, per la sua ossessione su cosa debba essere l’entertainment, il suo terrore di essere preso di mira e messo in ridicolo. Tutti sanno che gli danno fastidio le parodie che fanno di lui al Saturday Night Live, pertanto bisognerebbe utilizzare questa opportunità più che si può per metterlo in difficoltà.

(Intervista a Ferne Pearlstein e Robert Edwards condotta da Simone Tarditi tra ottobre e novembre 2017)

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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