The Naked City di Jules Dassin, tra film noir e grey film

The Naked City (La Città Nuda), film del 1948 diretto da Jules Dassin. Dopo il ritrovamento di un cadavere di una giovane modella, due ispettori indagano a New York. Muldoon e Halloran investigheranno sulla vita della ragazza che, rinnegato il suo passata da figlia di profughi, è stata attratta dalla ricchezza e fama offerte dalla metropoli. Il film prosegue con una serie di furti che sembrano tardare la risoluzione del caso. Bisognerà aspettare la sequenza finale, nella quale lo spettatore è letteralmente lasciato con il fiato sospeso, per giungere alla soluzione.

La Città Nuda ben rappresenta quel momento di passaggio fra il cosiddetto film noir e grey film. Nel periodo postbellico l’aria che si respira è ormai ben diversa da quella anteguerra; in America l’ondata di pessimismo, sempre più radicalizzato, aveva ormai toccato apici prima impensabili. Ecco quindi che i film grigi attaccano, criticamente, quei falsi miti di progresso sociale che il capitalismo profetizzava. Non va comunque scordato l’influsso del cinema europeo (in particolare quello del neorealismo italiano) sulle pellicole statunitensi del periodo, che prende quindi una direzione verso aspetti autentici e documentaristici.

La Città Nuda Jules Dassin

Emblematico di questo passaggio fra film noir e grey film è proprio The Naked City. Nonostante il prevalere della dinamica poliziesca, accentuata dal rapporto che si instaura fra i due detective, la vena noir è comunque preservata. L’attenzione si focalizza sul ritratto d’ambiente che, fin dalle prime inquadrature, è evidenziato. A differenziarlo, tuttavia, dai film noir che lo hanno preceduto è la componente realistica decisamente accentuata.

Il prologo del film si apre, fatto assolutamente insolito per il cinema americano, con la voce over dello stesso produttore del film, presentandosi al pubblico e esplicitando che sta per accingersi a raccontare una storia nella città di New York. L’instabile inquadratura iniziale si apre, a volo di uccello, sui grattacieli soffermandosi, prevalentemente, sul carattere notturno della città. Il traballare dell’inquadratura aerea iniziale è al contempo, per lo spettatore, presenza sia del mezzo di ripresa sia della consapevolezza della ripresa diretta. La macchina da presa passa poi in rassegna, alcuni luoghi che ritroveremo nel corso della detection.

L’alternanza fra realtà e diegesi connota la componente transitoria dello stesso film: la vocazione cronistica e gli stilemi tipici del noir sono spesso messi in competizione. Questa dualità fra reale e fittizio permane lungo tutto il corso della pellicola. Gli stessi protagonisti li vediamo intenti a muoversi all’interno della città moderna; affiancati ai personaggi troviamo quindi anche i “veri” abitanti di New York, siano essi la donna che pulisce le strade, l’uomo che consegna il latte, i bambini che giocano con la corda: ognuno con la propria vita e i propri percorsi.

La Città Nuda Jules Dassin

The Naked City diventa, inoltre, un atto d’accusa verso le contraddizioni della vita metropolitana. La mancanza di forme narrative forti, nel cinema americano del dopoguerra, si fanno sentire anche nel film di Dassin. È il senso di sradicamento, seguito dalla Grande Depressione, le condizioni esistenziali legate alla modernizzazione, l’epoca delle grandi paure collettive a far sì che la realtà sociale e l’emergere dell’uomo in crisi, siano direttamente impressionate sulle pellicole americane del dopoguerra. Questo sentimento si ripercuoterà così sullo stile visivo degli stessi film noir.

Il film diviene così luogo di rappresentazione collettiva moderna che prende forma nella città. La Città Nuda, inteso come film di transizione, diventa capace di farsi luogo di prima ricognizione della modernità urbana e delle successive forme di organizzazione sociale da essa derivate. La metropoli è quindi mappa cognitiva strutturata sia di luoghi reali sia di luoghi simbolici e, infine, di esperienze personali. La capacità della pellicola di Jules Dassin nel mescolare abilmente queste due dimensioni, ne permette uno scambio di luoghi: quello vissuto si confonde con la mappa mentale che per ciascuno di noi lo descrive, ne deriva perciò il sovrapporsi alla stessa esperienza filmica.

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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