Seeyousound 2018: Barbara, un film come nessun altro

“La musique c’est l’amour”

Che, tra le recenti kermesse, il Seeyousound – International Music Film Festival sia una delle realtà italiane attualmente più interessanti è presto detto, ma il livello qualitativo di alcuni dei lungometraggi presentati durante la quarta edizione è positivamente impressionante. Dopo il notevole Song of Granite e prima di Ryuichi Sakamoto: Coda (già visionato e recensito durante Venezia74), finora l’altra grande sorpresa è stata senz’ombra di dubbio Barbara di/con Mathieu Amalric, la cui carriera da regista è -se non altro qui in Italia- a torto sempre messa in secondo piano rispetto a quella di attore.

Monique Andrée Serf, in arte Barbara, è stata una delle più amate cantanti francesi e in questo biopic (che, ancora una volta, tale non è) vengono mostrati i suoi eccessi, la sua fama, la sua sensibilità, i suoi affetti. In un flusso metacinematografico non dissimile da Effetto Notte (1973) di F. Truffaut con alcuni guizzi tipicamente felliniani, Barbara è un’esperienza cinematografica come poche altre. Parlarne è riduttivo, scriverne e renderne giustizia solo con l’uso delle parole è quasi impossibile. La definizione “capolavoro” è abusata mai come nell’epoca della critica (o pseudo tale) cinematografica sul web, ma non ci si può esimere dal definire un film come questo un’autentica e totale opera d’arte.

La sensazione che Barbara crea è quella di un precipitare costante, senza approdi, senza schianto. È lo spettatore che precipita in una vita altrui senza avere coordinate, ma è anche il precipitare dell’attrice (il volto, il corpo, la voce di Jeanne Balibar) nel suo ruolo e, successivamente, del regista Yves Zand (Mathieu Amalric) nel vortice emotivo e professionale che lo lega tanto alla storia che vuole raccontare tanto alla donna che sta filmando e verso cui proietta desideri, ricordi, fissazioni. Diversamente, ma con una pari potenza pulsionale, l’ossessione di Yves nel voler ricreare un umano oggetto d’amore è la stessa di Scottie verso Madeleine in Vertigo (1958) e quindi, per traslato, quella di A. Hitchcock (e di qualsiasi altro regista cimentatosi in una prova simile!) nei confronti delle proprie interpreti.

Una vertigine viscerale, per l’appunto, a causa della quale la fascinazione si tramuta in un insoddisfabile bisogno d’amore, di darne e di riceverne. Barbara è una trionfale lezione di cinema come poche altre ce ne sono state in anni recenti. Un sopraffino ed eccellente lavoro di regia da un lato, dall’altro una cronaca che fa strabiliare. Inoltre, la narrazione trova un non casuale punto di contatto anche con il Song of Granite di Pat Collins (altra esclusiva italiana del Seeyousound) allorché i binari su cui il biopic si è mosso nella parte iniziale s’intersecano con quelli del documentario (l’uso, seppur minimo, di filmati in pellicola con la vera Barbara). Presentato nella sezione Un Certain Regard al festival di Cannes nel 2017, il film ha vinto il premio speciale “Poesia del Cinema”. Una celebrazione unica nel suo genere. Una fortuna e un privilegio per il pubblico torinese aver potuto visionare Barbara all’interno di una cornice festivaliera come quella del Seeyousound.

Seeyousound festival 2018

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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