Un gattino domestico di nome Black Panther

black panther vero cinemaAvete presente quella pubblicità dove c’è un gatto che specchiandosi vede riflesso un leone, lasciandoci intendere di credere in noi stessi? Bene, quella semplice immagine potrebbe essere il più grande riassunto di Black Panther, nuovo film della premiata ditta Marvel Studios.
C’è comunque da fare una lode approssimativa al film in quanto dopo quasi dieci anni e decine di produzioni, in Black Panther si palesa la voglia (o la necessità) di fare qualcosa di diverso, con un risultato apprezzabile ma non riuscito nella sua finalità. Difatti se da una parte il film si inserisce in una cornice di politicamente corretto (anche troppo) sorretto da tanti temi quali il razzismo, la rivolta delle classi sociali, il colonialismo e la famiglia, tanti bei concetti con cui il film ci si riempie la bocca senza andare mai a fondo e peggio, appesantendo il ritmo all’inverosimile.

Mai si pensa di arrivare a tanto, ma quando si palesa la situazione è da sottolineare: Black Panther è un film che manca di azione, combattimenti e ritmo. Al netto della dichiarazione assurda, è proprio questa semplice formula che viene a mancare, mostrando una staticità dell’opera che rende interminabile il minutaggio di quasi 140 minuti. Esattamente come successo con Thor, il T’Challa Marvelliano vive le stesse sfumature del dio Asgardiano, con il peso della corona e pretendenti al trono che minano la fiducia del nostro protagonista-supereroe. Il Wakanda, la terra da lui governata, è una moderna El Dorado, dove all’oro si sostituisce il vibranio, minerale indistruttibile, quindi i predatori e i razziatori arrivano da fuori, la caccia all’oro ritorna nell’era moderna con tutta la sua prepotenza geopolitica e pretende di fare vittime illustri proprio nel Wakanda, terra nascosta all’occhio umano, considerato come l’ennesimo villaggio del terzo mondo africano, invece città tecnologicamente più avanzata sul globo.
Se porti uno straniero qui, porti anche i suoi problemi”. Con questo Black Panther si inserisce in una realtà così vera e tangibile che, forse consapevolmente o non, sembra un grande manifesto politico che parla delle minoranze etniche afroamericane e lancia la sua frecciatina indiretta alla politica anti immigrazione di Trump, ponendosi come ipotetica risposta al problema parlando di apertura al mondo, democrazia e coraggio nell’affrontare la nuova era che spetta al mondo, che sia in preda a una invasione aliena o di messicani inferociti, a voi la scelta.

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Molti problemi anche in sede di post-produzione: già con Creed, Ryan Coogler aveva dimostrato grande mano e tecnica nella regia, meno nell’assimilare il digitale con il girato in live action. Qui si palesa nuovamente questa mancanza, accentuata da una CGI posticcia, mal assorbita nel girato con modellini umani digitali che si muovono con una fisica poco credibile, che esula il semplicistico concetto di umano con superpoteri, ma i combattimenti sono goffi, poco dinamici.

Insomma, si apprezza questa voglia di voler realizzare un film con pochissima azione per prediligere un discorso politico, ma siamo ancora in fase di rodaggio e nonostante la pubblicità fuorviante di un film pieno di brani rap/hip hop (o forse è il pubblico che si è autoconvinto di qualcosa senza motivo?), Black Panther si riempie di buoni propositi ma muore all’interno di una racconto prolisso, pesante e senza ritmo.

Ancora una volta, diciamo anche basta alla critica americana.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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