Non puoi sparare a zero su Clint Eastwood e Ore 15:17 – Attacco al treno

Un concentrato di retorica solo in superficie il nuovo film di Eastwood, Ore 15:17 – Attacco al treno, e in verità un’opera pienamente ascrivibile alla “poetica” del regista. Patriottismo muscolare, visione destrorsa, americanismo imperante. Criticare il cinema di “nonno” Clint solo perché non ne si condivide lo sguardo intriso di amore e desolazione per gli USA è sbagliato. Sbagliato perché significa non averne capito le intenzioni, non aver compreso il messaggio di fondo veicolato dalla sua filmografia o forse, ipotesi peggiore, non aver visto che un altro paio di titoli, molto probabilmente i più recenti (Sully, American Sniper) e Gran Torino.

Arroganza a parte, l’America di Eastwood non è il miglior paese possibile, anzi, tutt’altro, ma è quello che potrebbe veramente permettere a tutti (niggers, china boys, redneck, gorditos, white trash, …) di elevarsi dalla loro condizione sociale e ricoprire ruoli importanti, fare carriera, fare soldi, diventare qualcuno. Ore 15:17 – Attacco al treno illustra, facendosi largo tra flashback e flashforward, come il sogno americano non solo possa concretizzarsi diventando eroi per caso, ma come si possa esserlo addirittura in terra straniera. La storia è già materiale annalistico: tre giovani americani in vacanza (Alek, Spencer, Anthony) sventano un attentato terroristico su un treno che da Amsterdam è diretto a Parigi. Centinaia di vite salvate, tragedia scampata solo grazie al loro intervento. Medaglie, riconoscimenti, i nomi incisi tra le pagine della Storia. Blablabla.

Nonostante la notevole regia nella concitata sequenza che dà titolo al film (se non altro nella tamarra traduzione italiana del più sobrio The 15:17 [Train] to Paris), la parte più interessante di quest’ultimo lavoro di Clint Eastwood è sicuramente quella che riguarda i tre amici ancora ragazzini, ma già affiatati e legatissimi. Scuole cristiane anticipatrici di un rigore e di regole militari, bricconate, sospensioni, note, quotidiane visite dal preside dell’istituto, armamentari di soft-air (“giochiamo alla guerra”, una eco dei soldatini di Chris Kyle in American Sniper), bandiere a stelle e strisce tenute sotto vetro, locandine di Full Metal Jacket, preghiere della buonanotte, lezioni su Roosevelt in classi con collage di Bush padre e capi pellerossa. Spensieratezza e irrequietezza. L’America è come una mamma che non si vuole deludere, ma che non sempre è in grado di fornire gli strumenti per essere felici.

L’America filtrata spietatamente dagli occhi di Eastwood in Ore 15:17 – Attacco al treno è anche quella dell’essere pronti, sempre, a ogni genere di situazione possa presentarsi. L’America dell’essere onesti. L’America del fare il proprio dovere. L’America del comportarsi bene. L’America che crede ancora nell’importanza di trasmettere certi valori. L’America delle partite di football e basket in loop sugli schermi al plasma. L’America delle carte di credito, del compri subito e paghi dopo. L’America del “facciamoci un gelato”. L’America del “facciamoci un selfie”. L’America dell’avere un ruolo da protagonisti nella propria vita e non vivere alla mercé degli altri. L’America che vede l’Italia come se fosse una grande cartolina in 3D, fatta solo di posti iconici (il Colosseo dove poter citare Il Gladiatore di Ridley Scott, storicamente fasullissimo e grande cinema allo stesso tempo; la fontana di Trevi e la scalinata di piazza di Spagna; la terrazza del Pincio e il Vaticano; il ponte di Rialto e Venezia tutta).

Insomma, al quasi ottantottenne regista gli si deve perdonare lo spot gratuito al nostro paese, alle scene noiosamente inutili che al massimo potranno spingere qualche yankee a farsi una vacanza nel Bel Paese. D’altronde il suo interesse pare essersi focalizzato su storie vere e americane e, seppur ignoranti, le vacanze dei due eroi + uno (che li raggiunge fuori dai confini italiani, beato lui) saranno andate come sono state descritte in Ore 15:17 – Attacco al treno.

Forse un film minore, sì, e sicuramente il meno interessante dell’ultimo periodo, ma -tornando a monte della questione- sparare a zero su questo lungometraggio è roba da far ridere i polli. Basta già la scritta “Una produzione Malpaso” per sentirsi a casa, immersi in quel cinema americano che da John Ford a Clint Eastwood ha ritratto il volto corrugato degli Stati Uniti e ha saputo mostrare cosa voglia dire sentirsi americani con tutto il peso di contraddizioni, responsabilità, ideologie del caso.

Clint Eastwood attacco al treno

Clint Eastwood e Alek Skarlatos

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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