Little Sister, diario di una famiglia giapponese

Little Sister del regista giapponese Kore’eda Hirokazu è la trasposizione cinematografica tratta dall’omonimo manga Umimachi Diary  (in Italia edito da Star Comics) presentata in concorso al Festival di Cannes del 2015. Il regista aveva già sperimentato l’adattamento cinematografico di un fumetto in un suo precedente lavoro: Air Doll del 2009. Sebbene in Little Sister si ritrovino alcune tematiche topiche della sua filmografia (il ruolo della famiglia, le colpe dei padri che ricadono sui figli, le responsabilità e i contrasti generazionali) vi è un’eccezione alla regola. Infatti rispetto alle pellicole incentrate sui legami di sangue (come Father and Son e Ritratto di famiglia con tempesta) è in questo film che viene dato ampio spazio all’elemento femminile, impersonificato dalle sorelle protagoniste.

La “sorellina” del titolo è Suzu (Suzu Hirose) la minore delle Asano, figlia di seconde nozze del padre. Sarà la morte del capofamiglia a far incontrare per la prima volta Suzu con le tre sorelle maggiori, conosciute solamente attraverso fotografie e racconti del genitore. La ragazzina, rimasta orfana e sola, accetterà l’invito di andare a vivere con le sorelle a Kamakura nella casa “tradizionale” di famiglia. La fase della rielaborazione del lutto avviene così durante il trasferimento dal paesino di montagna “sperduto in mezzo al nulla” alla cittadina natale del padre affacciata sul mare. Suzu sembra adattarsi alla nuova vita: è accolta dalle sorelle che la fanno sentire fin da subito una di loro. Sarà invece la visita della zia (Kirin Kiki: attrice presente in diverse opere di Kore’eda e protagonista de Le ricette della Signora Toku di Naomi Kawase) a ricordare “la colpa” dell’ultima arrivata, in quanto figlia della donna che ha distrutto la loro famiglia.

Little Sister Koreeda

In Little Sister gli elementi esterni della natura cercano di connettersi con quelli interni: basta far scorrere lo shoji della veranda per inondare il soggiorno della luce del giardino. Al contrario, sono le nostre protagoniste a non riuscire a comunicare l’un l’altra le proprie emozioni. Il sorriso di Suzu e la sua gentilezza potrebbero essere solo una maschera? Le sorelle sembrano accorgersene ma le lasciano il tempo per assestarsi ai cambiamenti, invitandola a parlar loro quando vorrà. Sono i rituali a scandire le stagioni dell’anno e le ore della giornata: dall’incenso acceso per una preghiera agli avi, alle occasioni speciali in cui viene sorseggiato il liquore di prugne (preparato dalla nonna un decennio fa). Il tavolino basso, al centro del soggiorno diventa il focolare domestico attorno al quale le ragazze si ritrovano per scherzare, litigare e soprattutto condividere i pasti, spesso cucinati insieme.

C’è differenza d’età tra Suzu (adolescente) e le tre sorelle (tra i 20-30 anni): il carattere differente di ognuna è percepibile fin dalle prime battute e atteggiamenti con cui entrano in scena. La primogenita Sachi (Haruka Ayase) è responsabile e orgogliosa, fa l’infermiera ma la relazione con un collega sposato rivela una crepa in questo specchio di perfezione. La corporeità di Yoshino (Masami Nagasawa) si oppone alla rigidità della postura di Sachi: l’ordine lascia spazio al caos (e alle birre) in oscillazione costante tra un lavoro e un amore precario. La generosità di Yoshino (di prestare denaro, come faceva il padre) è anche causa dei suoi guai. Chika (Kaho) è la terza sorella, l’alternativa alle altre che vive nel suo mondo fatto di lavoro al negozio sportivo e fantasticherie. In quanto a dualità, anche Suzu sembra aver preso dalle Asano: la dolcezza dello sguardo incorniciato da un caschetto nero e la riservatezza riescono ad accordarsi con la grinta che mette durante una partita di calcio. Eppure quei “segreti” che tenta di nascondere con piccole bugie trapelano una sera, dopo aver bevuto un po’ del “famoso” liquore per festeggiare il primo gol.

È la natura, con le sue impressioni, a scuotere l’animo dei personaggi che si abbandonano al fluire del momento: dal tunnel di petali rosa in cui si trasforma la fioritura di ciliegi che Suzu attraversa in bici con l’amico, alla luce del sole filtrata attraverso i rami che le illumina il viso. Grazia e poesia si alternano alla ciclicità della vita e della morte:  costante che ritorna in tutta la struttura del film: dall’incipit del funerale del padre alla “rinascita” di Suzu, passando per le commemorazioni alla memoria degli ascendenti e la quotidianità domestica. La visita di Miyako (la madre delle prime tre sorelle) rompe l’equilibrio creatosi: andata via di casa a seguito dei problemi coniugali è adesso tornata con l’intendo di venderla. Dall’acceso diverbio madre/figlia vengono fuori contrasti e colpe, fantasmi e assenze come in un sottotesto di una pièce cechoviana. Saranno quei frutti del giardino, custoditi con cura nei barattoli di vetro a ricongiungerle ad unità.

La contrapposizione dei legami di sangue viene accantonata, ricordando un momento felice del passato: è in questo modo che la presenza/assenza di figure importanti per le protagoniste rivive attraverso la memoria. Dal padre che guardando i ciliegi riconosceva che “la bellezza nelle piccole cose rende felici” allo “spirito protettore” della nonna. Suzu compartecipa alle abitudini di un microcosmo esistente prima di lei: dalle piccole offerte poste sull’altare, alla raccolta delle prugne per arrivare alla “tacchetta” che misura la sua altezza sul legno di casa (e che adesso compare in mezzo alle altre). Le inquadrature degli interni ricordano quelle di Yasujiro Ozu e i suoi pillow shot: lo spazio ristretto del soggiorno è praticato dagli attori, che disposti su più piani, danno profondità alla scena nonostante vi sia una certa staticità della macchina da presa, posta direttamente sul tatami. Ricordiamo un altro aspetto che accomuna Kore’eda ad Ozu: il “coro” degli abitanti del quartiere, formato da attori che ricompaiono nella filmografia (come la ristoratrice, la zia, l’amico del padre).

Guardando Little Sister ci chiediamo se sia necessario che le colpe dei padri ricadano sui figli. Suzu confida le proprie ansie alla sorella maggiore mentre cucinano insieme: si scusa, sentendosi responsabile della madre, che si era innamorata di un uomo sposato. La catarsi arriva all’improvviso, nella consapevolezza “che le cose dovevano andare così, che non potevano essere evitate e di cui nessuno ne ha colpa”. L’urlo liberatorio sulla collina e il silenzio della solitudine rompono con il suono del vento o della pioggia che entra nelle stanze. A volte lo sguardo delle protagoniste rimane sospeso tra la trasparenza del vetro o della carta di riso, mentre riecheggia la loro vulnerabilità attraverso la leggerezza degli yukata. La fugacità di un treno che passa o il riflesso dei fuochi d’artificio sul mare, come in una stampa ukiyo-e, ci invitano a contemplare per un momento la semplicità della vita, prima di riprendere a camminare.

Mariangela Martelli

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"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
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