Da una storia vera, l’ultima vertigine di Polanski

Jonathan Franzen scrive che non c’è niente di più sexy di una donna che legge. A voler estendere il concetto, per altro condivisibile, si può dire che più sexy di una donna che legge c’è solo una donna che scrive libri. Romanzi o saggi. Fiction o non fiction. Che poi, solitamente si tendono solo a concepire immagini mentali di scrittori e scrittrici e delle loro opere. Spesso tale attività è iconizzata attraverso foto di persone con una penna in mano e un foglio sulla scrivania, curvi su una macchina da scrivere o di fronte allo schermo di un computer. Niente post-it, taccuini pronti a esplodere d’idee difficili da collegare coerentemente insieme, bozze corrette più e più volte, schemi e mappe dei personaggi, liste di nomi. Niente ossessione, niente senso d’inadeguatezza nel non essere in grado di connettere tutti quei punti che si vorrebbero unire e la consapevolezza che di nessun altro individuo è la colpa se non di se stessi.

È il lato oscuro del mestiere di scrivere. È quel di cui parla Da una storia vera di Delphine de Vigan, autrice best seller in Francia e in molti altri paesi. In un indistinguibile agglomerato di elementi reali e di finzione, il romanzo racconta dell’incontro tra la scrittrice e una sua lettrice durante un periodo di “sindrome da foglio bianco” vissuto dalla protagonista. Ne nasce un legame tossico, che tuttavia permette la realizzazione di un nuovo libro. Fine. Pochi personaggi, essenziali. Poche vicende, sempre le stesse ripetute con piccole variazioni di volta in volta. Insomma, una prosa semplice, ma tremendamente affascinante e scorrevole. L’immediatezza e una scrittura priva di orpelli stilistici rendono Da una storia vera (edito, in Italia, dalla Mondadori) un titolo accessibile e apprezzabile da chiunque. In fondo, i romanzi non devono anche essere questo?

La riduzione cinematografica diretta da Roman Polanski è, purtroppo, tutto un altro paio di maniche. Sceneggiato da Olivier Assayas, Da una storia vera è stato presentato fuori concorso alla 70ma edizione del festival di Cannes dove ha raccolto un gran numero di recensioni negative dalla stampa internazionale (non è stato sufficiente il finto bacio saffico tra Emmanuelle Seigner ed Eva Green al photocall prima del red carpet per distogliere l’attenzione dagli innegabili punti deboli del film). Sia chiaro, ogni commento tutt’altro che elogiativo è comprensibile. Sulla parziale -a voler essere garbati- non riuscita di D’après une histoire vraie (questo il titolo originale) bisogna aggiungere una problematica non di poco conto legata alla distribuzione italiana a cura della 01 Distribution.

Da una storia vera è stato tradotto / trasformato in Quello che non so di lei. Non si tratta solo di una scelta all’apparenza incomprensibile, ma ci si dimentica quasi che meno di un anno fa è uscito nelle sale Quel che so di lei (altra goffa mutazione dall’originale Sage Femme, in questo caso per mano della BiM Distribuzione). Evidentemente non bastava il Due o tre cose che so di lei diretto da Jean-Luc Godard. C’è di più. L’apparente incomprensibilità della scelta è complice di una trovata che qualcuno deve avere ritenuto geniale: far diventare L. (co-protagonista e antagonista di Delphine; in francese “elle” è usato per la terza persona singolare femminile) … Lei, come diminutivo di Leila. Ovviamente non finisce qua. Ci si è premurati del cambio L. – Lei, ma non si è tenuto conto che il film conteneva una inquadratura su cui Polanski si sofferma a lungo: Delphine che, in uno stato delirante, scrive “Elle” sul suo diario. Piccolezze, potranno dire alcuni. Fissazioni da cinefili nerd, secondo altri. È vero, però momenti come questo danno origine a una riflessione: Da una storia vera aka Quel che non so di lei è il risultato di un lavoro distributivo maldestro.

Ci sono altri scivoloni: dalla colonna sonora che viene troncata qua e là non appena subentra un dialogo (sintomo che si dev’essere lavorato direttamente sulla versione cinematografica francese, non sul workprint) all’ultimo shot del film che recita “Quel che non so di lei – Un film de Roman Polanski” (della serie: prima dei titoli di coda ci si ricorda di cancellare il titolo originale e di sostituirlo con quello italiano, ma, a causa della stessa trascuratezza con cui si è confezionato il film fino a quel momento, ci si dimentica di cambiare il “de” francese in “di”. Oppure in sala di montaggio ce stava un romanaccio).

Occorre mettere le mani avanti: può anche essere che, di fronte alla parziale delusione del nuovo film di Polanski, si preferisca attaccare il lavoro alla carlona fatto dalla 01 Distribution piuttosto che ammettere la non altissima qualità complessiva di questo prodotto cinematografico. Come può essere altrettanto facile dare la colpa allo sceneggiatore, Olivier Assayas, il quale non solo ha appena finito di girare un altro lungometraggio sul mondo dell’editoria letteraria (Non Fiction, con Juliette Binoche; nota a margine: nel romanzo Da una storia vera, Delphine e L. discutono spesso sull’irrisolvibile conflitto tra la “fiction” e la “non fiction” … strano caso, no?), ma in qualche modo riprende indirettamente delle tematiche già affrontate nel suo notevole Personal Shopper con Kristen Stewart: lavorare alla stregua di fantasmi, come L. e come anche il compagno di Delphine, per conto di celebrità; la presenza di figure su cui si proiettano ossessioni (lo spettro del fratello, un’ammiratrice morbosa); la ricerca della solitudine, et cetera.

Nel film di Polanski, del Delphine personaggio-scrittrice resta ben poco, giusto i quadernini con disegnati sopra i quadri di Edward Hopper e la foto di Oscar Wilde sulla scrivania, tutto il resto è una noiosa e stantia vita borghese fatta di cocktail party letterari, eterni eventi firmacopie, imbarazzanti adulazioni, aragoste per cena, trappole per topi, vodka bianca, vomitate su lenzuola già di per sé sporche, tazzine Illy da cappuccino (product placement?), pasticche di Xanax, videochiamate su FaceTime, bottiglie d’acqua S. Pellegrino (altro product placement?), mattarelli devastatori di mixer da cucina e gambe ingessate. Cosa rimane del mestiere di scrivere? Cosa rimane, narrativamente parlando, di quel che è uno dei più bei Polanski degli ultimi anni, The Ghost Writer? Perché questo eccessivo attaccamento al tema trito e ritrito del “doppio” invece che, come nel romanzo, distribuire un eguale peso tra la vicenda delle due protagoniste e l’introspezione di un’autrice in crisi?

Non sono sufficienti l’eleganza, il gusto estetico, le due suggestive sequenze oniriche o il velato omaggio al collega polacco Andrzej Zulawski scomparso nel 2016 mentre Da una storia vera entrava in pre-produzione (il tracking shot sulle scale condominiali, con Delphine che controlla le lettere ricevute rievoca quasi pedissequamente un’inquadratura da La femme publique, con l’unica differenza che alle riviste di cinema tenute in mano da Ethel nel film di Zulawski si sostituiscono le missive indirizzate a Delphine) per nascondere i difetti di una pellicola che sembra essere stata realizzata più con lo scopo di non far passare troppo tempo da Venere in pelliccia (in attesa del più volte posticipato D. – L’affare Dreyfus) che per un reale attaccamento alla materia trattata. Considerata (ahinoi) la non più giovane età del regista ottantaquattrenne, forse sarebbe meglio spendere tempo ed energie per progetti migliori già su carta. Da una storia vera ha una sceneggiatura tutt’altro che brillante, cosa mai di buono poteva uscirne? E infatti … molto poco. Rimane l’amarezza di un qualcosa di cui forse si poteva fare a meno (curioso che, sempre sul tema del doppio, durante la 70ma edizione di Cannes sia stato oggetto di critiche negative anche L’amant double di F. Ozon).

Da una storia vera: un film in parte da dimenticare e in parte da difendere, se non altro per il rispetto artistico che si deve a quello che è uno dei massimi registi europei del dopoguerra: Roman Polanski. Uno stupratore, un premio Oscar, un sopravvissuto all’Olocausto, un criminale in fuga, un padre, un marito, un vedovo, un orfano, un detenuto negli USA, un carcerato in Europa, un rifugiato, un uomo braccato, un pedofilo, un attore, un perseguitato, un agnello sacrificale. Sì, e anche un’altra cosa: un maestro di cinema, nonostante tutto.

È capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di subire il fascino della distruzione? Una vertigine improvvisa, la voglia di devastare tutto, di annientare tutto, di polverizzare tutto. Perché basterebbe scegliere le parole giuste, taglienti, affilate, parole venute da chissà dove, parole che feriscono, che colgono nel segno, parole irreparabili, che non si possono cancellare. È capitato a tutti, almeno una volta, di provare questa rabbia strana, sorda, distruttiva? Perché basterebbe così poco, in fondo, per rovinare tutto.

(Delphine de Vigan, Da una storia vera, Mondadori, 2016, p. 203)

Roman Polanski Eva Green

Eva Green e Roman Polanski sul set

Simone Tarditi

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