La Passione di Cristo, la Bibbia che divide

la passione di cristo vero cinema

Il genere biblico che ciclicamente torna a far scrivere e discutere gli appassionati si presenta usualmente come evento piuttosto raro, prodotto capace di catalizzare l’attenzione di pubblico e critica semplicemente in virtù del filone cinematografico di appartenenza. Ciò sembra probabilmente dovuto al suo utilizzo centellinato – che pare renderlo sempre più attrattivo – ma anche a una più elementare delicatezza dei contenuti, spesso causa di malumori e controversie tanto nei più attaccati ai temi religiosi quanto in chi se ne discosta nettamente.
Ha appena tentato di intraprendere questa via fitta di ostacoli il cineasta australiano Garth Davis, reduce dal successo di Lion e ora regista di Maria Maddalena, in questo caso interpretata da Rooney Mara. Nel 2004 Mel Gibson scelse per quel ruolo Monica Bellucci, e inevitabilmente la memoria ci rimanda a quella densa massa di critiche, dibattiti, divisioni, accaniti sostenitori e altrettanto infervorati detrattori che seguirono l’uscita de La passione di Cristo. Le prime recensioni del lavoro di Davis sembrano non promettere nulla di buono, mentre è ormai notorio che il film di Mel Gibson di rumore ne fece tanto, e come nel bene e nel male resti a distanza di quattordici anni una pellicola dal richiamo impressionante.

Così come impressionante è anche quella “presa di cristo nell’orto” che ne segna una delle prime sequenze, tanto imponente da richiamare alla mente il buio verdastro e l’accozzaglia della baruffa con i soldati nell’omonimo dipinto caravaggesco. Ma al netto dei richiami pittorici e degli inserimenti gotici (il demonio più volte intravisto da Gesù, incappucciato e androgino) è il corpo di Cristo a subire tutta la tematizzazione della pellicola di Gibson: corpo fisico, cioè carne viva, ma anche corpo politico, oggetto del contendere delle forze cittadine e dei loro giochi di potere, con un Cesare e una Roma soltanto evocati ma mai come in questo caso incombenti e minacciosi.
Figlia di una precisa visione politica sembra essere anche quell’alone post 11 Settembre che tanto aveva caratterizzato anche Le crociate di Ridley Scott, tradotta nella Passione di Cristo in un’esasperazione del suo massacro, ossia in un “dagli al cristiano” magistralmente espresso nella sequenza in cui il popolo chiede a gran voce la liberazione di Barabba seguita dalle esitazioni di Pilato, e ancora dal gusto sadico delle guardie romane durante la flagellazione del messia. Ecco che i tempi dilatati consentono alla pellicola di dare ampio respiro agli ultimi eventi della sua vita, per giunta sottolineati a livello stilistico da un uso frequente del rallenty che dalla seconda metà del film indugia su un corpo via via più straziato, dilaniato dalla perfidia romana e giudaica e dal gelo di Matera che ne fa da scenario.
Al montaggio si alternano dunque i momenti precedenti alla cattura di Cristo al presente della sua condanna e martirio, con la pedissequa ripresa di citazioni e attimi tramandati anche dalla pittura sacra che gratificano perfino lo spettatore più legato alla ricostruzione che all’intrattenimento: “ecce homo”, “vogliamo Barabba” e “non sono responsabile di questo sangue” sono in questo senso espressioni completamente integrate nella nostra istruzione d’impronta cattolica e più a fondo nella cultura popolare, mentre la già citata e massiccia presenza romana evoca un’estetica da peplum a noi piuttosto cara. Va poi sottolineato l’esclusivo utilizzo del latino e dell’aramaico a mettere in luce lo sforzo attoriale del cast – in gran parte italiano – messo a dura prova dal rigore del cineasta statunitense, e gli inserti onirici che accompagnano Giuda fino alla tragica impiccagione; accortezze che elevano un cinema prettamente popolare fino a restituire un risultato di estremo interesse autoriale, confermando quindi la coerenza espressiva del cineasta in questione.

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Rivedere oggi il potente lavoro di Gibson significa allora recuperare un prodotto fortemente legato alla personalità del proprio regista, ammirare il frutto di un’operazione minuziosa e di particolare curiosità anche per le reazioni che ne seguirono. Qui la pletora di storici travestiti da critici (o viceversa) si scagliò contro un’errata ricostruzione dei Romani mostrati come diretta emanazione del male, e ancora contro una visione demonizzante del popolo giudaico, accusa che accompagnerà Gibson per anni. Ma se un autore è tale nel momento in cui esprime un proprio stile e un proprio credo, allora La passione di Cristo ne rappresenta un’ottima manifestazione, giacché un film non ci risulta essere né un simposio né un manuale di storia.

Alessandro Fiesoli

Alessandro Fiesoli

"The deer has to be taken with one shot. I try to tell people that - they don't listen".
("Il cacciatore", 1978)
Alessandro Fiesoli

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