Titicut Follies di Frederick Wiseman: antropologia criminale dei manicomi

Che la reazione immediata dell’uomo davanti alla diversità sia di segregare, ghettizzare, separare ciò che è sano da ciò che è ritenuto spregevole, è un dato ben oliato della meccanica psicologica. Che questo tipo di reazione sia talvolta legittimata in un contesto istituzionale è dimostrato dal fatto che nel 1967 i dirigenti del Manicomio di Bridgewater (Massachusetts Correctional Institution Bridgewater) abbiano permesso a Frederick Wiseman di realizzare riprese in totale libertà all’interno della struttura, con l’obiettivo di testimoniare la realtà manicomiale dentro le mura, un mondo tenuto accuratamente nascosto dalla vista dei sani. Il documentario, esito della raccolta di quasi un mese di riprese, intitolato Titicut Follies dal nome di uno spettacolo messo in scena dai malati, fu osteggiato e censurato nella gran parte degli Stati Uniti, col pretesto della violazione della privacy. In Europa riuscì a circolare con maggiore agevolezza, vincendo premi e penetrando le coscienze. La realtà sulla censura, come sempre accade, era più complessa.

Filmare tutti gli aspetti della vita in manicomio di un paziente significava mettere a nudo la concezione stessa di malattia mentale, un approccio alla psichiatria che il mondo occidentale aveva interiorizzato e ipocritamente ascritto alla normalità: se era vero che la malattia mentale veniva (e viene) concepita come una stigmate, era altrettanto vero che la sua gestione era lasciata nell’ombra, nelle mani di pochi, al solo obiettivo di evitare di venire infettati dall’aberrazione della mente. La cruda visione della quotidianità degli ammalati, senza il filtro del montaggio dell’opera di finzione o colonne musicali a veicolare l’emotività, consentiva solo l’implacabile sguardo, uno dei tasselli che avrebbe cominciato a minare le fondamenta istituzionali del sistema manicomiale e avrebbe condotto in Italia, tra le altre cose, alla Legge Basaglia del 1978, con la chiusura definitiva dei manicomi, passando dalla visione custodialistica del malato psichiatrico al suo recupero e reintegro nella società. Un nobile passo in avanti nel processo evolutivo, scritto più sulla carta che sulle coscienze degli uomini.

Infatti, il nodo cruciale di Titicut Follies non è tanto giudicare la realtà carceraria del manicomio, quanto constatare la grottesca antropologia che era stata cucita addosso. Agli uomini si sarebbe potuto perdonare, ad esempio, gli strascichi della concezione lombrosiana del criminale, poiché a conti fatti la psichiatria è una scienza giovane e quello che c’è da scoprire supera di gran lunga le cose che si conoscono. Si sarebbe perdonata l’organizzazione del manicomio secondo un modello carcerario, in cui gli ammalati innocui e quelli con pericolosità sociale condividevano lo stesso spazio (motivo per cui era stato proposto il modello dell’ospedale psichiatrico giudiziario, archiviato definitivamente qualche anno fa).

A questo proposito, alcuni dialoghi del documentario dovrebbero essere più propriamente contestualizzati ad un periodo e ad un approccio alla malattia mentale che, per quanto possa apparire brutale, era figlio di una conoscenza parcellare che andrebbe, se non giustificata, almeno compresa: “Sei consapevole o no di essere una persona malata?”. La risposta, ingenua: “Sono consapevole che c’è qualcosa che non va, ma sono fatto così”. Da cui deriverebbe la più ampia riflessione se il malato psichiatrico coincida o meno con la propria malattia, ma rimane una questione a latere. Lo stesso vale per il sondino nasogastrico imposto a tutti i pazienti che rifiutavano di alimentarsi, o, e qui già sarebbe più arduo, le lamentele sulle irritazioni oculari delle guardie procurate dai gas con cui si ammazzavano i pazienti più “complessi”.

Ciò che trascende il periodo storico è lo scherno che questi pazienti subivano quotidianamente. L’atteggiamento delle guardie/aguzzini deriva da quell’innato desiderio di potere che trova soddisfazione nell’abuso di individui più deboli, qui dei minorati mentali. Ne emerge un quadro desolante, sia per il fatto in sé che per l’assoluta liceità con cui il disprezzo veniva condotto, poiché si deridevano allegramente i depressi, gli schizofrenici, i paranoici, i deliranti, i criminali non in grado di intendere e di volere, e anzi si coinvolgeva con piacere la macchina da presa di Wiseman nel gioco del ludibrio. Questo approccio non può essere contestualizzato: la spontaneità con cui si abusava del malato è in realtà una delle cognizioni della banalità con cui il male si afferma nel mondo, sotto gli occhi di tutti, senza destare scandalo. I malati, oltre a cantare musical per intrattenimento, giravano sempre nudi nelle celle vuote o tra le guardie, come piccoli individui inermi alla base di una gerarchia antropologica, e li si umiliava sottilmente, una forma di umiliazione che di certo i malati non comprendevano, ma che compiaceva certe forme di sadismo, e di cui siamo divenuti complici grazie alla visione del documentario.

Il sistema manicomiale non è morto. Sono morti gli edifici, la mancanza di igiene, le guardie e le sperimentazioni dei farmaci (?), però queste architetture fisiche sono il prodotto di un percorso evolutivo a cui talvolta, nella fallacità delle cose, non ci si può sottrarre. Il sistema manicomiale, fuori dalle mura ormai chiuse, è tuttavia ancora pericolosamente in vita, perché è vero che con tanta foga si è lottato per i diritti dei malati psichiatrici, tuttavia è altrettanto vero che il personale medico-sanitario dei manicomi era un luogo dell’esistenza lombrosiana, e noi non possiamo essere certi che, ancora oggi, non avremmo il desiderio di abitarlo.

Frederick Wiseman

Angelo Armandi

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"Remembering's dangerous. I find the past such a worrying, anxious place. The Past Tense."
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