Godless, di sceriffi inadeguati e donne col fucile

Sul fatto che il western sia tutto tranne che morto se n’è parlato due anni fa dopo la release italiana di The Hateful Eight, ma negli ultimi tempi è stato ugualmente interessante osservare la resurrezione televisiva del genere direttamente dalle ceneri di Bonanza e Gunsmoke. Fenomeno ancor più curioso, Godless non ha rappresentato alcun unicum perché poco prima sono arrivati titoli come Klondike o The Son, per non parlare dell’ibrido sci-fi Westworld.

Evidentemente esiste un pubblico affezionato più a quell’epoca storica che alle vicende (spesso e volentieri riproposte identiche dall’alba della cinematografia). Un pubblico che c’è sempre stato negli ultimi centoquindici anni ossia da The Great Train Robbery (E. S. Porter, 1903). Un pubblico solitamente identificato come maschile. E se i western sono roba da uomini, Godless tenta di smontare questa credenza andando a rimescolare gli elementi della tradizione senza voler tuttavia rivoluzionarla. Come ottenere questo risultato senza perdere di credibilità? Semplice, scrivendo una serie tv con dei personaggi femminili importanti tanto quanto quelli dell’altro sesso. E forse anche un po’ di più.

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Sì, donne con pistole e fucili sono state incontrate spesso, da Johnny Guitar (1954) a Sweetwater (2013) e Jane Got a Gun (2015), ma quel che Netflix ha fatto con Godless è stato costruire protagonisti maschili con tante virtù quante mancanze: Roy Goode è un onesto criminale e non sa leggere; Frank Griffin è la folle malvagità impersonificata e perde un braccio già nella prima puntata; lo sceriffo Bill McNue è inadatto a ricoprire quel ruolo e sta pure diventando cieco; il giornalista A. T. Grigg è un vanesio con ferite di guerra; il pistolero Whitey Winn è tanto spavaldo quanto immaturo e così via. Al contrario, l’universo femminile sembra voler colmare vuoti di potere e deficienze generali, senza mai cadere nell’apologia, senza mai che ne esca un ritratto moralmente migliore.

Si chiuda un occhio sui difetti. Godless esce in un momento in cui il turbinio dei vari #MeToo e Time’s Up giustamente ha preso il sopravvento, pertanto è difficile scindere da questa dimensione temporale il messaggio di risveglio, presa di coscienza, lotta per l’uguaglianza (se così è per davvero) promosso puntata dopo puntata. Si può osservare questa tendenza in tutti quei prodotti d’intrattenimento osannati nell’arco degli ultimi due anni (Chiamami col tuo nome, The Handmaid’s Tale, La forma dell’acqua, elencarli tutti sarebbe troppo) e che i futuri studiosi dovranno per forza rapportare al presente che si sta oggi vivendo. Tralasciando tutto ciò, che per qualcuno non rappresenta un motivo di demerito, quel che si può recriminare a Godless è di essere -almeno nelle prime puntate e senza contare l’incipit del massacro al treno- troppo laccata e mai abbastanza cattiva, come se fosse stata scritta avendo già in mente il pubblico che l’avrebbe poi guardata. Un pubblico forse non avvezzo ai western. Un pubblico generalista.

Perfetto contraltare è la realizzazione stessa in termini impossibili da categorizzare come televisivi, ma più come cinematografici (tra i produttori c’è Steven Soderbergh reduce dal recente Mosaic). Dalle cavalcate in massa, che quasi non si vedono più nei film, fino all’uso di un formato simil-Vistavision, Godless (che registicamente è molto leoniano e poco fordiano) spinge la spettacolarità dove nessun’altra serie si era spinta e compete direttamente con molti western uscite nelle sale. E poi … l’impossibile (?) storia d’amore tra Alice e Roy vale già di per sé ben più di molte altre. Infine, come non apprezzare l’omaggio fatto a Robert Altman e al suo McCabe & Mrs. Miller nella scena in cui viene issata la croce sulla chiesa in costruzione? Da piangere diamanti mischiati all’argento.

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The End ?

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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