Il Cristo psicopatico di A Beautiful Day

Di Cristo si tratta, seppur psicopatico. Joe, il protagonista dell’ultimo film di Lynne Ramsay, You Were Never Really Here (distribuito in Italia col titolo A Beautiful Day, che è anche la battuta di dialogo con cui il lungometraggio si chiude), è un vendicatore sotto ingaggio, un killer a pagamento, un outsider autoemarginatosi che ha trovato una maniera per campare come un’altra: uccidere qualcuno e venire pagato. E poi ancora e ancora. Altre vittime, altri soldi, altra pulizia di feccia di cui la società difficilmente sentirà la mancanza. Un’opera di derattizzazione antropica (Ratcatcher della Ramsay trattava di veri topi morti, ma il concetto è lo stesso: è in corso un’infestazione e bisogna correre ai ripari affidandosi a qualcuno, in questo caso a Joe). Un omicida e, contemporaneamente, un salvatore, un difensore, un giustiziere solitario e silenzioso, un equalizzatore, un nefasto angelo custode.

A Cannes, You Were Never Really Here ha vinto, ex aequo con The Killing of a Sacred Deer del greco Yorgos Lanthimos, il premio per la migliore sceneggiatura e se, cliché, non sono i riconoscimenti a sancire il valore dei film, è pur sempre piacevole constatare che ogni tanto artisti di un certo livello ricevano il merito che loro spetta. Dopo l’allontanamento dal progetto Jane Got a Gun e dal successo (realizzativo, non commerciale) di E ora parliamo di Kevin, la regista scozzese torna a farsi viva con una pellicola prepotentemente attuale (schiave sessuali minorenni, cospirazioni governative, traumi bellici) in un’America alla deriva che procede verso il baratro con il passo di uno zombie.

“What the fuck are we doing?”

È un mondo che gira nel verso sbagliato quello in cui si muove Joe, ennesima grande interpretazione di Joaquin Phoenix (Vizio di forma, Irrational Man, Maria Maddalena) anch’essa premiata durante la rinomata kermesse francese, reduce dalla guerra in Iraq rimasto senza uno scopo se non quello di un lavoro pericoloso e illegale. Un uomo distrutto, col corpo pieno di cicatrici e bruciature (autoinflitte?), dalla camminata pesante, alimentato a sostanze inibitorie per non avere freni e non provare paura. Un torello all’apparenza calmo e invece pronto all’assalto. Una persona che, man mano, perde tutto, anche quel poco che già rimaneva attaccato ai brandelli di un’esistenza dilaniata. Nel suo percorso di distruzione, rivolta anche verso se stesso, si strappa con le tenaglie un dente credendo che in esso vi si nasconda un geolocalizzatore col quale altri sicari l’avrebbero individuato: un affondare nella paranoia degna del Peter Evans di Bug (William Friedkin, 2006), guarda caso un altro militare tornato a casa dal Medio Oriente con gravissimi problemi psichici.

You Were Never Really Here è fin d’ora uno dei film più brutali usciti nelle sale italiane durante questo 2018, saggio cinematografico sulla sopportazione del dolore, sulla morte come condizione mentale con la quale convivere, su punizioni originarie e colpe primigenie, sul soffocamento quotidiano, sull’affogare senz’approdo, sull’eterno chiedersi cosa fare e dove andare quando ogni desiderio si è spento e tuttavia non si può rinunciare a questa piccola cosa chiamata vita.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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