Montparnasse Femminile Singolare, una versione parigina di Colazione da Tiffany

Paula (l’attrice Laetitia Dosch, Mon Roi) è una trentenne sull’orlo di una crisi di nervi in una Parigi che le vortica attorno come un turbine. Viene sedotta e abbandonata, mente a chiunque abbia intorno, manda su tutte le furie sua madre (Nathalie Richard, Happy End e Giovane e Bella), cambia lavoro con la stessa frequenza di quando cambia umore, si trasferisce da un appartamento all’altro, non sa cosa vuole dalla vita, ma ne è follemente innamorata e non potrebbe rinunciarci mai. L’unico punto fisso in questa esistenza caotica è un gatto grigio-bianco pelosissimo. È una vita difficile, ma Paula l’affronta senza trovare scuse per non farlo.

Premiata con la Camera d’Or alla settantesima edizione di Cannes per Montparnasse Femminile Singolare (Jeune Femme il titolo originale), la regista esordiente Léonor Serraille (alle spalle solo un cortometraggio, Body del 2016) ha realizzato un film in grado di coniugare l’energia della gioventù occidentale che si cimenta dietro la macchina da presa con la maturità stilistica di un’autrice trentenne con già le idee chiare. Dicasi la stessa cosa di Laura Schroeder e del suo Barrage presentato alla 67ma Berlinale nella sezione Forum e successivamente in concorso al Torino Film Festival numero 35.

Nelle sale italiane a partire dal 24 maggio 2018 grazie alla Parthénos Distribuzione (che poche settimane fa ha portato nel nostro paese anche La Villa di Robert Guédiguian), Montparnasse Femminile Singolare è un’opera vitale, intelligente, mai scontata. In poche parole, è l’emblema di quanto il cinema francese, nella sua globalità, sia attualmente una spanna sopra quello italiano, che, tolti casi rari come Nico, 1988 (Susanna Nicchiarelli, 2017) e il recentissimo Dogman (Matteo Garrone, 2018), fa fatica a ricostruire una propria identità con la quale farsi (ri)conoscere fuori dai confini nazionali. Se Rossellini, Risi, Monicelli sono ormai lontani ricordi per i / le filmmakers nostrani, la stessa cosa non può essere detta per i cugini d’Oltralpe, i / le quali hanno ancora ben impresse nella mente le pellicole di Lelouch, Godard, Varda, Rohmer, Truffaut e molti altri. E Léonor Serraille non è evidentemente un’eccezione.

La lezione francese, sì, ma anche quella americana. In Montparnasse Femminile Singolare viene richiamato, riaggiornato, omaggiato uno dei titoli chiave della cinematografia hollywoodiana, Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961): la brioche addentata da Paula non di fronte alla prestigiosa gioielleria bensì davanti al desktop di un computer, il gatto abbandonato sotto la pioggia e poi recuperato dopo fiumi di lacrime, la pettinatura goffamente imitata, le nevrosi, la solitudine, l’impossibilità di fuggire da chi si è se non s’inizia un vero percorso di cambiamento. Laetitia Dosch non è Audrey Hepburn. Come Parigi non è New York. Donne simili allegramente imprigionate in metropoli diverse.

Nel film c’è anche un po’ di Imitation of Life (Douglas Sirk, 1959, in Italia uscì come Lo specchio della vita). Quello che è il canto del cigno del regista tedesco emigrato negli USA si palesa in Montparnasse Femminile Singolare attraverso un frammento della scena in cui la madre saluta la figlia ormai grande che, vergognandosi di avere origini afroamericane, era fuggita di casa. Un episodio che non ha diretti legami con la storia raccontata dalla Serraille se non il complicato rapporto tra madri e figlie, l’amicizia di Paula con una ragazza d’indubbia origine extraeuropea che la ospiterà a casa, a cui mentirà e con cui litigherà, ma soprattutto la vicinanza con il collega nero su cui finirà per far riflettere onde di luce sul corpo rendendolo più chiaro (il tema del colore della pelle è alla base del film di Sirk, chi l’ha visto lo sa bene).

montparnasse femminile singolare recensione

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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