L’infanzia di un capo: capricci infantili di un futuro dittatore

Approdato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2015, e uscito nelle sale solo lo scorso anno, The Childhood of a Leader (L’infanzia di un capo) è l’esordio alla regia di un giovane (tanto per chiarire che nel mondo non c’è solamente Xavier Dolan) 28enne. Uno che, con una carriera passata da attore, edificata al fianco di quanto di meglio il cinema contemporaneo possa offrire – da Von Trier ad Assayas -, si affaccia all’arte di “fare il film”, portandosi nella “cassettina degli attrezzi” gli sguardi e gli stili dei Grandi, ma che pure – miracolosamente – riesce ad essere molto più di un semplice allievo che rielabora quanto appreso.

Non applica sterili modelli, dunque, Brady Corbet. E le negazioni, nel definire la sua opera prima, potrebbero essere ancora molte: partendo dal racconto di Jean-Paul Sartre Infanzia di un capo, egli non confeziona l’ennesima trasposizione letteraria (la citazione all’intellettuale francese è molto, molto vaga); raccontando un’epoca, quella che va dal Trattato di Versailles all’ascesa del Nazismo, non mette in scena l’ennesimo film di guerra; mostrando i capricci infantili di un futuro dittatore, non vuol dare una chiave di lettura psicanalitico-freudiana al totalitarismo. Quel che Corbet fa – in positivo – è “solo” cinema.

infanzia di un capo stacy martin

Diviso in quattro capitoli, The Childhood of a Leader racconta l’infanzia di Prescott, un bambino dall’aspetto angelico – ha biondi capelli ricci, portamento androgino e, addirittura, la prima volta che lo incontriamo, alla recita di Natale, indossa tunica bianca e ali -, ma dal comportamento pestifero. A ognuno dei primi tre capitoli, infatti, corrisponde un suo capriccio: piccole, forse innocenti ribellioni in cui chiunque può rivedersi, ma che Corbet utilizza come chiavi per costruire una parabola discendente di abbandono e malvagità. Paragonato da certa critica a Damien (quello di The Omen), Prescott è in realtà privo, di per se stesso, di quell’aura da Anticristo che il suo “simile” aveva. È un bambino come tanti, che ascende al suo trono di tiranno, solo per merito di chi gli sta attorno. Le sue malefatte, del resto, non sono inizialmente altro che scagliare sassi contro una folla (colpendo anche il parroco), rifiutare del cibo che non gradisce e degli abiti che lo fanno sentire a disagio.

A rendere tutto questo un vero “pericolo”, è chi gli sta attorno: da un lato, un padre essenzialmente assente, che fa la sua comparsa solo per tradire la moglie (Bérénice Bejo), facendosi modello guasto di malizia anche per il figlio, nel momento in cui si scopre il corpo femminile (non è un caso che entrambi tocchino Ada), o per imporre la propria voce – ma forse ormai troppo tardi, dal momento che Prescott si limiterà a scimmiottarlo e fare di testa sua – e la propria forza fisica – picchiandolo, in chiusura sia del secondo che del terzo atto . Dall’altro lato, poi, tre figure femminili: la bella e giovane Ada (Stacy Martin), che lo invita ad essere più “maschio” nell’aspetto e che gli suscita nuove curiosità, la tenera balia Mona, forse troppo complice, e l’austera madre, desiderosa di un rapporto esclusivo col bambino. Prescott si trova così a passare da momenti in cui tutto gli è concesso e ogni partita è vinta, ad altri di asfittica oppressione, col risultato – tra il terzo e il quarto capitolo – di ribellarsi totalmente ai valori imposti (“io non credo nella preghiera” ripeterà come una litania, colpendo la madre), e crearne di nuovi, in cui lui stesso è “dio assoluto” e unico metro di giudizio.

infanzia di un capo brady corbet

Una parabola discendente verso la malvagità – come si diceva – magistralmente suggerita e sottolineata dal cinema stesso. Quel che Corbet crea, è infatti un contesto decadente nel senso più puro del termine, nel senso di “prossimo allo sfacelo”: la grande casa in cui la famiglia vive è fatta di esterni scrostati ed interni bui; la narrazione è interrotta da immagini di guerra e distruzione, da simboliche riprese di serpenti che strisciano e di candele che rischiano di bruciare l’intera abitazione; la vita di Prescott si distende su un letto di processioni religiose e incubi notturni che spaziano dal realismo pittorico di Courbet alle distorsioni di Goya. Sulle musiche hitchcockiane di Scott Walker, il giovane regista edifica un castello di angoscia, che prende le mosse da Dreyer e dall’horror kubrickiano (nonostante Corbet dichiari di aver tratto ispirazione più da film come Barry Lyndon).

Dai suoi maestri contemporanei, Michael Haneke, Lars Von Trier, Olivier Assayas, Ruben Östlund, non copia, ma impara: li cita, ne filtra lo sguardo, senza mai rendere sterile quanto appreso, e confezionando un’opera prima da intenditore, da vero amante del cinema. Un’opera che resta pur sempre originale – nonostante i tanti influssi – anche e soprattutto nell’uso della macchina da presa, tra lente panoramiche, movimenti in profondità o circolari (seguendo la forma di una cupola), che si fanno spesso espressivi, come nel caotico finale. Girando con pellicola da 35mm, Corbet si concede, inoltre, da vero conoscitore, di “sporcare” l’immagine, talvolta, con riprese in controluce o sovraesposte.

Sua, infine, oltre alla regia, anche la sceneggiatura, fatta di dialoghi sospesi e di parole mai fuori posto, in cui la più importante verità e chiave di lettura dell’intero film, viene affidata al breve cameo di Robert Pattinson: «La tragedia della guerra non è che un uomo abbia il coraggio di essere malvagio, ma che così tanti non abbiano  il coraggio di essere buoni».

infanzia di un capo recensione

Katia Dell'Eva

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“And all you touch and all you see
Is all your life will ever be”
- Pink Floyd
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