Il Cinema Ritrovato 2018: L’appartamento, il tocco morbido di Billy Wilder

A fare di L’appartamento un capolavoro indiscusso e indiscutibile nella cinematografia di Billy Wilder, è, senza dubbio alcuno, la sua aderenza – sagace e sarcastica – alla realtà sociale del tempo, forse, oggi più che mai, rappresentativa del mondo che ci circonda.

Molto più che in commedie celeberrime, quali Quando la moglie è in vacanza o in A qualcuno piace caldo, questo film va oltre la gag romantica, del tradimento, del triangolo e del travestitismo, facendosi una velata (ma neanche poi troppo), del tutto ironica, denuncia sociale. Fin dalle prime scene, infatti, la voce narrante del protagonista C.C. Baxter (Jack Lemmon), sciorina una serie di dati statistici relativi alla popolazione di New York e, in particolare poi, al numero di dipendenti della società in cui lui stesso lavora: “31.259 impiegati, un numero superiore all’intera popolazione di Natchez, Mississippi – nella versione originale -, o di Gallarate, Milano – in quella italiana”.

Di qui, C.C., che non ci svela mai per cosa stiano le due iniziali, accompagna lo spettatore sul suo posto di lavoro: 19esimo piano, reparto polizze ordinarie, settore contabilità premi, sezione W, scrivania numero 861. Il suo mondo, è un mondo ordinato in file di tavoli, su ciascuno dei quali i martelletti di una macchina da scrivere battono in maniera incessante. Le azioni di ogni dipendente, quasi coordinate a mo’ di automa, non sono così distanti dalla macchina produttiva di numerose altre pellicole, una su tutte Tempi Moderni  di Chaplin: concatenate, schematiche, il meno dispersive possibile, in nome di una massima produttività.

E’ la società che, dopo l’operaio e il proletariato, aliena l’impiegato d’ufficio, lo priva dell’identificazione del nome, lo rende uno tra tanti – così tanti che le uscite dal lavoro devono essere coordinate o si rischia di intasare gli ascensori -. Quel sistema che così bene Bianciardi descrive, un solo anno dopo, ne L’integrazione. Dagli Stati Uniti, all’Italia del Nord, il principio è lo stesso: l’ufficio diviene luogo di leggi irragionevoli (nel romanzo il sistema di schedatura per colori delle pubblicazioni, nel film gli assurdi passaggi di telefonate), ma soprattutto di soprusi e prevaricazioni. Baxter, infatti, viene usato – colpevole anche la sua aria bonaria – come copertura per una serie di incontri extraconiugali da parte dei suoi capi. L’oggetto delle sevizie, inflitte con la promessa di una promozione, è la sua casa, quell’appartamento che è la sola cosa che l’uomo possiede, che è il solo luogo in cui possa essere se stesso e sentirsi al sicuro, e che i suoi dirigenti prendono a prestito, chiudendolo fuori al freddo, nei momenti più assurdi, come pied-à-terre per le loro tresche amorose.

Tra scene esilaranti e ormai iconiche, come quella degli spaghetti scolati con la racchetta da tennis, L’appartamento attacca però la società di cui è frutto anche su un altro fronte: quello dello show business. Quando Baxter accende la televisione, una sera – mangiando peraltro un pasto scongelato al microonde, seduto sul divano, secondo gli usi dell’insalubre modernità mordi e fuggi – non riesce a trovare nulla che lo soddisfi. Tra un mare di “tv-spazzatura”, banale e sempre la stessa, l’unico programma che sembra incuriosirlo annuncia più volte l’inizio dello spettacolo, salvo poi procrastinarlo in un’infinita sequenza di spot pubblicitari.

Eppure, il lungometraggio di Wilder, resta pur sempre una commedia, e in quanto tale merita un lieto fine. A risolversi nei migliore dei modi, dunque, non è solo la vicenda amorosa tra il protagonista e l’ascensorista, bensì, soprattutto, quella sottotrama di cui si è fin qui parlato: C.C. Baxter sceglie, alla posizione aziendale, l’integrità personale e morale, come del resto anche Marcello, uno dei due protagonisti de L’Integrazione, farà, pur con un risultato nettamente opposto. Ma oltre al personaggio maschile, il regista, dà spazio e rivalsa anche alla controparte femminile.

Fran (Shirley MacLaine), che già dalle prime scene appariva moderna e indipendente, nel suo ribattere “Le taglio le mani!” a chi la importunava sul lavoro, toccandola, è solo una volta libera dalla relazione adultera con il capo, Jeff (Fred MacMurray), che scopre tutto il suo potenziale di donna. Disincantata, grazie alla scoperta delle bugie dell’uomo che credeva di amare, e messa di fronte alla realtà di un sentimento onesto e puro, può finalmente lasciare il suo ruolo di sottomessa e trovare lo sprezzante sarcasmo per offrirsi a Fred – in seguito ai cento dollari regalati per Natale – con un “Dal momento che hai pagato…”.

Katia Dell'Eva

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“And all you touch and all you see
Is all your life will ever be”
- Pink Floyd
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