Il Cinema Ritrovato 2018: Leone l’ultimo, un nobile saggio sulla decadenza

“Vedere, ma non farsi vedere”

Se John Boorman viene oggi maggiormente (e giustamente) ricordato per quel cult senza tempo di Un tranquillo weekend di paura (1972) o per il pastrocchio fantasy / sci-fi con Sean Connery in mutandoni alla Borat (Zardoz, 1974) o ancora per il solido e medievalissimo Excalibur (1981), ecco che la 32ma edizione de Il Cinema Ritrovato di Bologna offre agli spettatori la possibilità di recuperare un titolo meno conosciuto sia nella filmografia del regista sia in quella di Marcello Mastroianni: Leone l’ultimo (Leo the Last, 1970), disamina sulla decadenza nobiliare all’alba dei sommovimenti sociali post-sessantotto propagatisi in tutto l’occidente.

Leone (Marcello Mastroianni) torna nella casa londinese del deceduto padre per provare a ricucire uno strappo con le sue radici familiari e capire qualcosa in più su di sé osservando tutto ciò che succede intorno. Assieme a lui, la compagna Margaret (la talentuosa attrice Billie Whitelaw, che due anni dopo sarebbe comparsa in Frenzy, penultima pellicola di Alfred Hitchcock), arrampicatrice un po’ tanto matta. Quello che una volta era un prestigioso quartiere, ora è una fogna a cielo aperto popolata da papponi e prostitute di colore, violenti rigattieri polacchi e poveri senza futuro. Il protagonista potrà riscattarsi da quell’ereditata condizione d’immobilismo smettendo di essere uno spettatore passivo e agendo direttamente per cambiare le cose.

leone l'ultimo recensione film

Leone l’ultimo narra di ricchi dediti alla noia e al non saper come far passare il tempo, persone che vivono di rendita coi soldi degli avi e che guardano una società di nuovi umili pronti a soppiantarli. Il tutto, senza far nulla per impedire che succeda quel che deve succedere, ma anzi contemplando la propria estinzione e non volendo far nulla per scongiurarla. Il risveglio civile, per non dire “umano”, di Leone è l’unico possibile per potere sopravvivere all’onda rivoluzionaria profetizzata dal film e attuatasi nella realtà solo in parte.

L’ornitologia, come pratica prettamente osservativa fondata sulla rinuncia a intervenire e disturbare un habitat, diventa emblema tanto del personaggio interpretato da Mastroianni quanto della classe cui appartiene. Leone è infatti, almeno agli inizi, un uomo incapace di guardare il mondo se non attraverso la lente di un cannocchiale. Ed è già il sintomo di qualcosa, nonché segnale di una metamorfosi che avverrà più avanti nella vicenda, dal momento che i suoi simili sono proprio ciechi a tutto ciò che non faccia parte del loro contesto da riccastri.

Nella scena in cui tutti si strafogano, quasi un’anticipazione de La grande abbuffata (Marco Ferreri, 1973), i piatti principali sono perlopiù costituiti da volatili (pelle di pollo, ali, uova, cosce, etc.) e dalle immancabili ostriche. Il rigetto provato dal protagonista è automatico, forse l’atto da cui comincia per davvero il processo di metamorfosi. Tra l’altro, quando qualche minuto dopo, è il proletariato nero a mangiare voracemente un tacchino rubato in un negozio di alimenti (utilizzando come stratagemma di distrazione un piccione!) ecco comparire quel senso di comunità su cui continuamente Leone l’ultimo vuole battere e insistere. Il messaggio è: siamo tutti uguali, sì, ma anche lo schifo va equiripartito e alternato tra gli uni e gli altri. God bless humanity with common grace.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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