Il Cinema Ritrovato 2018: Buster Keaton e Lo Spaventapasseri, l’arte di cadere sempre in piedi

28 dicembre 1895. Non c’è cinefilo al mondo che non conosca questa data: quella della prima proiezione di La sortie des usines Lumière. Una data che – certo a posteriori – non può far che sorridere, in una chiave tutta fatalistica, se si pensa che Buster Keaton nacque appena due mesi prima, nell’ottobre dello stesso anno. Predestinato al cinema? Forse. Quel che è certo è che fosse predestinato allo spettacolo. Joseph Frank, questo il suo vero nome, nacque infatti in una famiglia di attori di vaudeville, di cosiddetti “saltimbanchi”. Imparando a saltare, cadere e arrampicarsi quasi prima che a camminare, debuttò sul palco giovanissimo. Una vita, la sua, che sfiora a tratti il leggendario, proprio a partire da quel soprannome che gli varrà la sua fortuna: “Buster”, si narra, gli venne infatti affibbiato da niente meno che Houdini, un giorno in cui lo vide cadere rovinosamente dalle scale e rialzarsi illeso. “What a buster!” (“Che capitombolo!”), si dice che esclamò.

Ed è proprio nelle sue radici legate al teatro popolare che Keaton trova la sua cifra stilistica, diventando una delle pietre miliari del cinema muto degli anni ’20 e della cosiddetta slapstick comedy. Una commedia semplice, teatrale, giocata sulle cadute e sulla reiterazione (con variazione) dei gesti, che l’attore americano, da sempre contrapposto al suo amico e rivale inglese Charlie Chaplin, caratterizza ed estremizza non attraverso la definizione di una maschera facilmente riconoscibile (il viso è semplicemente il suo, senza segni particolari, al di fuori di quell’aria seria e malinconica che gli varrà l’altro celebre soprannome di “Great Stone Face”), ma attraverso quei gesti propri dell’arte di famiglia.

Buster Keaton è quindi l’attore che inventa quelle gag che oggi definiremmo “troppo classiche”, è l’attore che sconfina costantemente nella giocoleria, nel funambolismo, giocando con i contrasti e con gli eccessi. The Scarecrow (Lo spaventapasseri), uno dei suoi corti del 1920 presentati alla 32ma edizione del Cinema Ritrovato, in nome di quel progetto che, cominciato nel 2014, ogni anno vede la Cineteca di Bologna impegnata nel restauro di alcune sue opere, è forse una delle migliori espressioni di questo “modo di fare il cinema”.

Diviso quasi in due film, The Scarecrow è per metà tutto girato in interni, in una casa – quella che ritroviamo in tanti altri suoi corti, da Convict 13, a My wife’s relations – in cui tutto ciò che dovrebbe essere semplice diventa complesso e in cui tutto ha almeno una doppia (ma anche tripla, quadrupla) valenza. Accendere la stufa diventa quindi un’impresa titanica, tra arrampicate e fiammate. Al contempo, se la porta, con l’aiuto di una piccola fune, può aiutare ad estirpare un mal di denti, in una maniera forse fin troppo “nota” e banale, è nel momento della cena tra Buster e il suo socio sulla scena e dietro la mpd Eddie Cline, che l’uso delle corde raggiunge il suo apice. Ogni oggetto è legato, appeso al soffitto, scambiato per mezzo di un lancio o di una complicata manovra. La fune perde il suo vero utilizzo, diventa elastica, espediente per guadagnare spazio e per gesti al limite dell’acrobatico, proprio come accade in Convict 13 con la corda per l’impiccagione.

Alla prima metà, così impregnata di giocoleria, si contrappone poi una seconda parte del film in esterni, in cui il principio “facile-difficile” si ribalta su se stesso e gesti teoricamente complessi, come saltare dentro e fuori dalle finestre (un “trucco” che si ritrova spesso, per esempio in Cops o in One Week e che ha fatto sì che “Buster” prendesse il nome, in traduzione italiana, di “Saltarello”), o correre sul cornicione di una casa diroccata inseguiti da un cane, diventano di una semplicità estrema. Il pericolo non esiste più, e un medico può tranquillamente essere investito e curarsi in quattro e quattr’otto, così come un prete può cadere in sella a un sidecar e celebrare un matrimonio mentre questo corre rovinosamente fuori strada.

Un cinema esagerato, acrobatico, che cent’anni dopo fa ancora sorridere (anche gli adolescenti della generazione Z, ci sono prove provate), forse in virtù del suo essere così irrealisticamente ancorato alla realtà, ai problemi della vita (che sono poi sempre gli stessi), chiudendosi in happy ending più “riequilibratori”, che stucchevoli.

Katia Dell'Eva

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“And all you touch and all you see
Is all your life will ever be”
- Pink Floyd
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