Perché non bisogna rivalutare Carlo Vanzina

È morto ieri Carlo Vanzina. Da stamattina è tutto un tripudio di: “A modo suo è stato un grande”, “Ha saputo raccontare il berlusconismo”, “Ci ha comunque regalato una risata”, “Un campione della commedia leggera”, “I critici che lo disprezzavano sotto sotto gli volevano bene”. Scommetto da qui a un mese una sfilza di recensioni di film che nessuno si è mai disturbato di recensire (tipo Le barzellette e Vacanze di Natale 2000), e da qui a dieci anni libri sul prosieguo della commedia all’italiana, incarnatosi nella coppia Boldi-De Sica, nonché una retrospettiva ragionata al Festival di Venezia (che nel 2016 dibatté su Viva la foca di Nando Cicero).

Pure Shakespeare sapeva che la morte cancella ogni traccia di cattiva reputazione. Sta funzionando così per Carlo Vanzina: ieri tutti gli andavano contro – anzi l’altro ieri – oggi è tutto un lamentarsi e dire “Era più bravo di quanto  non volesse dimostrare”. È vero: Carlo era bravo, ma non ha fatto dono di pellicole particolarmente memorabili. Nel film di Boris Giorgio Tirabassi fa il verso a Vanzina, indottrinando René Ferretti sugli schemi funzionali del cinepanettone. Carlo sapeva di girare film rispondenti alla formula “Gli spettatori ce lo chiedono”. Vero anche questo: a suo tempo Vacanze di Natale fatturò più di 2 miliardi di vecchie Lire. Da sempre, durante il periodo dei cinepanettoni, è un dichiarare a spron battuto “Il pubblico non capisce niente”, “Ma come si fa ad apprezzare certe merdate”, “Il cinema italiano è morto”. Il cinepanettone è stato considerato da molti come il punto più basso del cinema italiano, la causa di tutti i mali presenti e futuri, l’origine della parabola discendente del nostro cinema negli ultimi anni.

Perciò io non credo a chi ora lo incensa e tutto sommato lo scusa, perché corre il rischio di fare la figura dell’ipocrita: non si possono rivalutare i suoi film, perché Le barzellette, A Spasso nel Tempo, Vacanze di Natale 2000 sono film “artisticamente” discutibili. Credo che Carlo fosse colpevole e responsabile della qualità dei suoi film, e su questo non si può transigere. Non credo neanche nella rivalutazione di Tre colonne in cronaca, lungometraggio poco riuscito malgrado le origini altisonanti (un romanzo di Corrado Augias). Ciononostante, è vero che fra qualche anno, quando si vorrà capire la società italiana e i suoi sviluppi, non si potrà non far riferimento ai cinepanettoni: perché tutti quei milioni, volenti o nolenti, non si possono ignorare. Al pubblico piacevano, ai critici no: lo scollamento intellighenzia/realtà era totale. Ma questo non li rende film più belli di quanto non siano, né meritevoli di alcun tipo di attenzione strettamente cinematografica. La commedia erotica all’italiana ha definito una generazione, ma nessuno di quei film entrerà mai nel canone dei capolavori italiani da adorare. E meno male.

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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