La Terra dell’Abbastanza o Terra di Abbondanza Cinematografica?

la terra dell'abbastanza posterSelezionato alla Berlinale, nella sezione Panorama, La terra dell’Abbastanza (2018) è il film d’esordio dei due giovanissimi fratelli D’Innocenzo. Cinefili e masticatori di cinema vanno alla ricerca di un loro stile personale; sono due autori sicuramente da tener d’occhio, fosse solo per la purezza con cui si avvicinano ai loro personaggi.

Nella Roma periferica, umana e geografica, troviamo i due giovani amici Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano). Bravi ragazzi fino a quando, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. Quella che è apparentemente una tragedia, si trasforma a prima vista in un colpo di fortuna. L’uomo che hanno ucciso è, infatti, un pentito di un clan criminale e uccidendolo, i due ragazzi si sono guadagnati “un’agevolata posizione”. Quello che credono un lasciapassare per una Roma paradisiaca si rivelerà una Roma infernale.

La Terra dell’Abbastanza non è un film “coatto”, piuttosto un’indagine sulla possibilità di un’amicizia capace di far crescere. I due protagonisti sono due ragazzi normali come tanti altri e come altri vanno a scuola sperando poi di andare oltre. Non hanno fatto i conti, tuttavia, con il mondo contemporaneo che di giorno in giorno si copre di un velo di impermeabilità a qualsiasi scorcio di possibilità etica. Intorno a loro non solo la malavita organizzata che fa perno sull’indifferenza altrui, ma anche la frustrazione di un padre e la debolezza di una madre che rinunciano al loro ruolo genitoriale. I figli come carta assorbente percepiscono questa insoddisfazione esistenziale e come reagiscono? Smettono di reagire o almeno solo in apparenza. Da un lato Manolo che, seppur apparentemente indifferente a tutto, in alcuni dei suoi sguardi si rileva la menzogna; dall’altro lato Mirko si dimostra più tormentato e dove tutti i suoi atteggiamenti dalla sua ira, alla sua generosità esibita, ne provano la sua impreparazione al compito.

L’ambito sociale in cui la persona è solo merce, nella quale resta poco o nulla ai sentimenti, il film diviene un grido d’allarme, che provenendo da due registi trentenni, tinge il tutto di un valore ancora maggiore. In un mondo in cui debolezza e sofferenza sono sinonimi, i due ragazzi si spingono oltre il limite della sopportazione per scoprire dove si può fingere di non sentire più nulla. Capiranno che la finzione può essere fino alla fine, ma che non ha fine; il sangue non pare più così spaventoso e la paura cessa di essere meccanismo di difesa. Unica lessico comune e comprensibile è la violenza; così facendo i due registi raccontano la facilità di assuefazione al male. Del resto Mirko e Manolo precedono per accumulo di disumanizzazione credendo che sia la via più semplice, al punto da non sentire più nulla.

La Terra dell’Abbastanza offre sequenze prive di censure, quasi “vere”. Sporcizia, dolore negli occhi e nei volti in cui anche i gesti più semplici, come quello di bere un bicchier d’acqua, sanno di morte. Un film sociologicamente fastidioso, girato splendidamente che pare tutto fuorché una prima opera. I D’Innocenzo anche negli errori si dimostrano lucidi nelle riprese, declinando una gioventù che sa andare oltre, negando un movimento restando fermi. Non è un caso che i registi si scardinano dal genere romanzo, noir e/o criminale, per un cinema non addomestico: un sogno di libertà in catene.

La Terra dell’Abbastanza non è però un’analisi sociologica e neppure uno sguardo dall’alto in basso sulla Roma di borgata ma, piuttosto, preferisce restringere la macchina da presa sui due protagonisti. La cinepresa insiste sui primi piani, indagando gli occhi, lo sguardo e le emozioni di Mirko e Manolo. I rari campi lunghi si dimostrano momenti di apparente respiro della macchina da presa su lande desolate e inerti. Nella terra dell’abbastanza si accetta qualsiasi cosa che possa servire, indipendentemente da tutto.  In questa terra non c’è nulla da prendere, né tantomeno sfarzosità o vizio, ma solo due ragazzi che entrano in un mondo squallido privi di qualsiasi coordinata di volontà. La tematica dell’abbastanza continua anche dal punto di vista registico che preferisce pochi elementi, sufficienti però a delineare un mondo triste, nel quale sono bandite musiche eccessive o “cianfrusaglie”. Una musica jazz sconsolata accompagna un mondo disperatamente semplice. La poetica registica sincera e precisa intavola un’idea di cinema prima viscerale e solo dopo mentale. Questa alternanza fra primi piani invasivi e campi lunghi, in cui nessuno prevale sull’altro, comunica come ambiente e personaggio si alimentino e si annientino vicendevolmente.

La Terra dell’Abbastanza vince nella semplicità, distaccandosi dai numerosi film che lo hanno preceduto, rimanendo film d’autore, ma non dichiarato. Sarà perché è un film che parla di giovani e fatto da giovani; del resto come lo stesso scagnozzo di Angelo Pantano afferma, riferendosi a Mirko e Manolo, “hanno il dono di sparare perché non ne hanno consapevolezza”. Il “fare” senza pensarci troppo diventa tappeto cinematografico dove nulla è mai abbastanza.

La terra dell'abbastanza

 

Alessia Ronge

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“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
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