Il marchio del mostro: Batman Returns di Tim Burton

Nel 1992, sulla scia del travolgente successo di Batman, che lo consacra al grande pubblico, Tim Burton decide di girare il sequel, Batman Returns, con l’appoggio dell’intera produzione, riuscendo a dar sfogo alla sua arte e alla sua eccentricità, senza i vincoli che lo avevano bloccato nella realizzazione del primo film.

Tutti i villains dell’universo di Batman sono, in qualche modo, dei freaks. Nelle mani di Burton, questi mostri prendono vita nella maniera più grottesca possibile, rimanendo più simili al mondo fumettistico da cui sono partoriti. Lo spostamento ad un piano più realistico, più cupo, avverrà sotto il rimaneggiamento di Christopher Nolan. Tim Burton, invece, è a suo agio nella dimensione grottesca della Gotham City delle origini e degli individui stramboidi che l’hanno da sempre popolata.
Batman Returns esaspera i toni del primo film, diviene profondamente burtoniano nella struttura stessa della celluloide che lo compone: è un universo grottesco, tinto di una ironia nera inaspettata, incredibilmente crudele nel dipanarsi della matrice orrorifica, una regia nel pieno affermarsi nella propria potenza espressiva (ma più in generale in marchio distintivo di Batman Returns è uno sfoggio continuo di maestria registica, un capolavoro di tecnica, nonostante gli effetti speciali limitati del tempo).

La nascita in apertura del Pinguino, interpretato da Danny DeVito, è una magistrale sequenza horror che racchiude il trauma, come accadeva per l’acido che ha trasformato Jack Napier nel Joker. Il rifiuto dei Cobbelpot di avere con sé un figlio “poco normale”, la freddezza e lucidità con cui se ne sbarazzano, sono l’esplicazione di tutte le azioni che commetterà il Pinguino adulto, uno dei villains migliori che la cinematografia abbia mai partorito: ironico, ripugnante, scaltro, commiserevole.

Successivamente, giunge la genesi di Catwoman, interpretata da Michelle Pfeiffer, emblema dell’idea fondante dell’opera: la defenestrazione di Selina Kyle è un atto violento di rifiuto, da cui ella si riprende grazie al conforto dei gatti, e nella nuova veste animale distrugge qualsiasi cosa le ricordi la propria dimensione umana, tra cui la casa delle bambole e i vecchi peluche (tra le sequenze più inquietanti dell’opera).

Dunque, il dissidio tra ciò che è bestia e ciò che è ancora umano. Per Bruce Wayne è l’incontro/scontro/identificazione con Selina Kyle, così controverso nella sua ambigua natura, a fargli comprendere, forse per la prima volta, la reale natura delle cose: Batman è un mostro suo malgrado, divenuto tale dalla presenza della maschera, qualsiasi moralità egli decida di mettere in atto (Batman non ha mai ucciso, un assioma che verrà in seguito messo in discussione da Zack Snyder nel suo Batman V Superman).

Il suo agire, tuttavia, è al di fuori della legge. In altre opere, il conflitto tra Batman e ciò che è ritenuto socialmente accettabile diviene anche più marcato: è questo ambivalente sentimento della gente, il continuo alternarsi di paladino e criminale, che rende Bruce Wayne così tormentato dalla legittimità del proprio operato, così incline a ritenersi, con la maschera, una bestia, un pipistrello appunto. In questo film, per la prima volta, i pipistrelli cominciano ad essere presenza causale, oltre che goffo stilema su un costume cartoonato.
La passione di Burton per i mostri lascia ancora una volta in ombra la psicologia di Wayne, che si mantiene un detective mai mosso dal dubbio, dall’ombra, dal dissidio. Ogni elemento psicologico viene trasferito ai mostri: la ricerca dell’identità del Pinguino, la difficoltà di Selina di metabolizzare il trauma, il continuo confronto tra uomini che si comportano come subdoli animali e mostri che preservano tracce di umanità.

Le azioni del Pinguino, ancor più che quelle di Selina Kyle, appaiono comprensibili, è giustificato il loro odio per la gente. Quello che nel Joker era la follia senza briglie di un cervello malato, qui è un agire calcolato, più scaltro, che costringe Batman a districarsi ad un livello più alto, evoluto, a fronteggiare uno svilimento dettato dalla perdita di credibilità davanti alla gente, un logorio che lo spinge persino ad affermare: “Sono stanco di portare questa maschera”, unico elemento che Burton ci concede, assieme ad un piglio genericamente più maturo, più inquieto di Keaton.
La fine di Batman Returns, che lascia un Batman sostanzialmente cambiato, più consapevole della malvagità del mondo, è stato il pretesto ideale per esplorare, successivamente, tutti gli aspetti tralasciati dalla roboante follia/genialità di Tim Burton e dalla sua fascinazione per il grottesco. Con questo film, si chiude definitivamente l’immagine anacronistica di un eroe senza ombre, infallibile, e lascia spazio, come accadrà non troppi anni dopo, ad un personaggio in perfetta linea col decadentismo di fine secolo, con le incertezze del contesto contemporaneo, con la fallacità dell’agire degli uomini.

Il finale di Batman Returns, in altre parole, è l’albeggiare del Bruce Wayne di Christopher Nolan.

Angelo Armandi

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"Remembering's dangerous. I find the past such a worrying, anxious place. The Past Tense."
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