Il drogante e circolare Casinò di Scorsese

Gira tutt’attorno alla circolarità e al “da capo” il Casinò targato Martin Scorsese. Quello del film è un mondo notturno popolato da bestie sudice che si mostrano senza vergogna nel loro abbandonarsi a desideri sfrenati, passatempi peccaminosi, vizi incontrollabili, come macchine lanciate a massima velocità e destinate a schiantarsi quanto prima. Las Vegas è l’equivalente americano di Lourdes, una meta di pellegrinaggio per lavarsi dai peccati, fare donazioni al dio denaro. Una catarsi dai peccati che si realizza mettendo la testa tra i raggi della ruota della fortuna. Uno sgargiante tempio per sacrifici umani nel mezzo di quel nulla che è il deserto del Nevada. Ci si arriva seguendo lastricati sentieri di palme: il martirio qui è anche una rinascita.

Ebrei, italiani, yankee. Biscazzieri, puttane, criminali, gamblers. C’è Ginger McKenna (Sharon Stone), sanguisuga impasticcata. C’è Nicky Santoro (Joe Pesci), furia sanguinaria che fa da specchio al Tommy DeVito in Goodfellas. C’è Sam “Ace” Rothstein (Roberto De Niro), cavallo di razza tra gli scommettitori e incline alla sopravvivenza ben più delle persone di cui si circonda.

Essi vivevano tutti in una sorta di mondo geroglifico, dove ciò che era reale non veniva mai detto o fatto e neppure pensato, ma era semplicemente rappresentato attraverso un sistema di segni arbitrari”. Sembra un frammento della narrazione in voice-over di Casinò, ma in realtà è una citazione da L’età dell’innocenza di Edith Wharton, romanzo da cui proprio Scorsese ha tratto un adattamento cinematografico nel 1993 con Daniel Day-Lewis. Al posto dei “geroglifici” (nel senso lato dei segni grafici e non della scrittura egizia, seppur la finta piramide del Luxor Hotel a Las Vegas… anyway uh, si tratta di un burrone linguistico-architettonico), i protagonisti di Casinò comunicano per combinazioni di numeri, cifre economiche e conteggi di favori prima o poi da restituire.

È un bacino creatosi da fiumi di calcoli: Las Vegas esiste perché ci dev’essere un luogo dove poter scaricare il denaro come dentro a un gorgo. Las Vegas esiste perché lo vuole l’America, ne ha bisogno l’America. Per far funzionare un posto come Las Vegas servono individui spietati, ma che stiano alle regole. I protagonisti del film, tolto Sam, finiscono malamente la loro vita perché pensano di poter fare impunemente qualsiasi cosa mentre non si rendono conto di essere bestiame confinato dentro un recinto.

Come in Barry Lyndon, pellicola che Scorsese non ha mai nascosto di amare, è la circolarità a muovere Casinò. Nel finale del film, Sam Rothstein (invecchiato, scampato a un attentato, deluso, ma ancora in piedi) torna a fare quello che faceva all’inizio: scommettere. Le cose non sono andate come tutti si aspettavano, né per chi l’ha messo a gestire il Tangiers (cioè scommettendo sulle sua abilità) né per lui, che ha scommesso sulla sua vita, ha perso, ma è ancora vivo. Ritornare al punto di partenza, ritornare a essere chi si è stati dopo essersi allontanati da se stessi, è un po’ un fallimento. Redmond Barry ed “Ace”: due falliti, feriti, a pezzi, ma (quasi) tutti interi. In una parola: sopravvissuti.

Casinò recensione Scorsese

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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