Fahrenheit 451: Il Postmoderno di Ramin Bahrani

Futuro non meglio precisato. In un mondo in cui si comunica con le emoticon e quel che succede viene costantemente riportato su giganteschi schermi, Montag fa il pompiere: solo che invece di spegnere incendi appicca il fuoco a pile di libri. In tutti gli Stati Uniti, infatti, i libri su carta sono tassativamente vietati, a favore di opere scritte con le emoticon. Montag è il pupillo di Beatty, il capitano a capo della divisione che si occupa appunto di dare alle fiamme i libri e cancellare ufficialmente le identità di chi disobbedisce al pensiero unico. Il fascino della carta stampata, però, catturerà pian piano anche Montag, specialmente dopo che ha visto una donna immolarsi in nome della carta stampata.

La storia del Fahrenheit 451 datato 2018 è quella che tutti conosciamo, aderente all’originale letterario di Ray Bradbury e poi ripresa da François Truffaut nel suo ben più corposo film del 1966. La carta brucia, appunto, a 451 gradi Fahrenheit. Da sempre, il romanzo e i suoi adattamenti sono un canto appassionato alla carica eversiva della letteratura. Nel Fahrenheit 451 di Ramin Bahrani questo tema di fondo è condito con diversi ingredienti postmoderni, come l’onnipresenza della tecnologia, l’irreversibile frantumazione del linguaggio e la consapevolezza di vivere in un mondo senza direttrice, caratterizzato da un eterno presente. In questa attualizzazione il Fahrenheit di Bahrani trova la sua giustificazione, e lo rende adatto al passaggio in TV. Michael Shannon non può che imporsi con la figura del coriaceo Beatty, affiancato da un Michael B. Jordan che invece è un Morgan meno convincente di quanto preventivato.

Fahrenheit 451 è inframmezzato da continui rimandi ad altre opere distopiche, 1984 di George Orwell in primis, specialmente quando si cita il “due più due fa cinque”, tòpos letterario inventato da Victor Hugo da usarsi ogniqualvolta si vuole negare qualcosa di inconfutabile. Ma Fahrenheit 451 contiene anche riferimenti interessanti e pericolosamente vicini al mondo di oggi, come il progressivo impoverimento del linguaggio e le spettacolarizzazioni mediatiche delle condanne a normali cittadini. Il mondo di Montag è condannato a vivere in un mondo dall’eterno presente, a causa della surrettizia cancellazione della memoria, sia del singolo che dell’intera collettività. Il film termina come il libro: con un ritorno all’oralità, prerogativa esclusiva degli albori dell’umanità, in un ritorno ciclico a Omero e agli aedi come solo Giambattista Vico ha saputo descrivere.

Fahrenheit 451 recensione

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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