Appunti sparsi per Ingrid Bergman: In Her Own Words di Stig Björkman

Sono Ingrid. Questa è la mia storia. Guardando indietro nella mia vita, chi vedrò? Cosa sarà rimasto? Ho conservato tutto. Ho riempito scatole e valigie. In questo modo potrò sempre avere i ricordi con me”.

Assume i toni dell’ossessione la costante ricerca di costruire un substrato su cui poter adagiare l’essenzialità della memoria. Ossessione che si fa illusione e per mezzo dell’illusione trova l’unico modo per rimanere impressa. Ingrid Bergman gira tutto quello che può con le sue cineprese in 16mm e 8mm. Filmini amatoriali, i cosiddetti home movies, frammenti di episodi familiari (le confezioni in cartone delle bobine agitate nel passeggino dalle gemelline suggellano in pochi frame quel che le parole sono impossibilitate a fare), documenti realizzati tra una pausa e l’altra dalle riprese di grandi capolavori del cinema, metri di pellicola dedicati ad amici, colleghi, luoghi civilizzati e incontaminati. E poi i diari tenuti fin da giovanissima. Gli oggetti d’infanzia conservati e fatti viaggiare da un lembo all’altro del pianeta. Le fotografie, le lettere. Manca lei in carne ed ossa, per il resto c’è tutto e di più.

La quantità sterminata di manufatti visivi presentati all’interno di Ingrid Bergman: In Her Own Words va oltre ogni possibile previsione positiva. Il documentario letteralmente straborda di ricordi, d’immagini in movimento che sembrano fuoriuscire dallo spazio remoto. C’è la figlia nata dal primo matrimonio, ci sono i tre bambini avuti con Roberto Rossellini, ma anche un Alfred Hitchcock che si aggira di tutto punto vestito attorno a una piscina nella quale non metterà mai piedi mentre sua moglie Alma Reville è tutta concentrata a lavorare a maglia. Sul regista inglese, la Bergman scrive: Ogni giorno con lui è di pura felicità. Tira fuori il meglio di me, cose che non avrei mai immaginato di possedere”. Insieme faranno tre film nell’arco di cinque anni. Pare che il regista non prese bene la scelta che lei prese di lasciare l’America, il marito e di finire tra le braccia di Rossellini.

La vita di Ingrid Bergman viene ripercorsa dalla nascita alla morte come tradizione documentaristica insegna. Vengono mostrati preziosi momenti dell’attrice ancora bambina che primitivamente recita per il padre che la filma e la fotografa (ecco da dove arriva questa necessità impellente di accumulare pellicole intrise di memoria). Poi il suo percorso iniziato nel 1931 da semplice comparsa fino alla fama in Svezia, il successo a Hollywood, la fuga, il viaggio italiano ed europeo, il riavvicinamento al cinema americano e al cuore degli americani, ma anche l’incontro con l’altro Bergman più famoso di sempre (Ingmar) e gli onnipresenti progetti teatrali.

Basta. Anche solo tentare di elencare tutto quello che la Bergman fa non renderebbe mai l’idea di quanto il lavoro di Stig Björkman miri a offrire una conoscenza completa, a sintetizzare un’esistenza piena come quella. La mole di materiale d’archivio è tale per cui risulta palese che sia stata fatta una selezione dei documenti, una scrematura che può giustamente porre degli interrogativi su cosa non sia stato utilizzato. Quel che emerge è il ritratto di una donna che ha disperatamente bisogno di essere amata a prescindere dai luoghi, dagli uomini e soprattutto dalle convenzioni sociali dell’epoca. La fascinazione per una figura storica come quella di Giovanna d’Arco non è casuale. Una donna che arriva in cima, si allontana da tutto e riparte sempre da zero circondata da nuove persone. Cambiano i paesi, cambiano le lingue. Cambia lei. Sul suo volto si possono leggere migliaia d’informazioni contemporaneamente, anni interi impressi nei suoi sorrisi, il peso di un sovraccarico emozionale tra le rughe di quando giovane non è più, ma bella lo è ancora. È una mamma fuori dagli schemi, anche in questo si differenzia dalle madri comuni. Quando interpreta un ruolo le manca la sua famiglia e, viceversa, ogni volta che passa giornate intere con i suoi figli le manca il respiro al pensiero di non stare recitando. Non c’è soluzione se non il fare avanti-indietro tra l’ambito professionale e il recinto degli affetti. Fanculo il glamour e fanculo anche la stampa, l’unico interesse è quello per il mestiere dell’attrice.

Ogni esperienza traghetta sempre verso altri lidi. La vicinanza tra due documentari come Ingrid Bergman: In Her Own Words e Becoming Cary Grant è la stessa tra i due esseri umani, amici prima ancora che compagni di lavoro e partner sul set di Notorious e Indiscreet. Entrambi lasciano la loro patria, entrambi sviluppano una non standardizzata capacità di condurre le relazioni sentimentali, entrambi -seppur diversamente- hanno un grandissimo successo, ma soprattutto entrambi non riescono a trattenersi dal conservare i ricordi, sia grazie al supporto filmico sia nell’atto pratico d’immagazzinare oggetti per poterli poi osservare, tenere vicino come se grazie ad essi fosse possibile rivivere certi momenti, rituffarsi indietro nel tempo e, almeno un poco, trovare conforto.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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