Don’t Worry di Gus Van Sant: perdono, abbracci e vignette

La polemica degli ultimi tempi, una tra le tante, è quella che vedrebbe la iena Nadia Toffa aver strumentalizzato la sua malattia ed essere arrivata a definire il suo cancro un dono che le ha fatto apprezzare di più la vita. Un male è una condizione con cui bisogna imparare a conviverci, questo è l’unico messaggio veicolabile. Alla luce di ciò, alla luce di finti santoni e neo-guru dall’insegnamento facile seguiti da mentecatti bisognosi di qualcuno che infonda loro delle conoscenze qualsiasi, c’è una consapevolezza più forte delle altre: smettere di stare bene è il peggio che possa capitare.

Non armato di buonismo e lezioncine da impartire, col suo Don’t Worry Gus Van Sant ha diretto uno dei lavori più compatti degli ultimi anni, sicuramente più di quel Sea of Trees contro cui si erano accaniti (forse eccessivamente) i critici a Cannes. Insomma, il regista americano ha realizzato l’ennesimo bel film, ma ciò grazie anche e soprattutto a un cast di attori bravissimi (da Rooney Mara a Jack Black, con un occhio di riguardo per Jonah Hill e Joaquin Phoenix) più che a una sceneggiatura scritta negli anni ’90 che puzza di stantio (Van Sant avrebbe voluto Robin Williams per il ruolo principale, ai tempi non se ne fece nulla).

Come ogni buon film, Don’t Worry vive dei suoi personaggi e del suo protagonista, John Callahan, costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente d’auto e reinventatosi vignettista per dare un senso alla propria esistenza. Il suo è un percorso di riabilitazione motoria e disintossicazione dall’alcol, con qualche inascoltata preghiera a Dio, un gruppo di amici problematici come lui e la necessità di depurarsi dall’essere umano che è stato. Prima fuma sotto la doccia come Roy Scheider (alter ego di Bob Fosse) in All That Jazz e indossa camicie alla Doc Sportello di Vizio di forma, spensierato e alcolizzato, condizione con cui convive -tolta la spensieratezza- anche dopo essere diventato semi-paralizzato, poi deve fare i conti con le cause che l’hanno ridotto così e cercare quindi di diventare migliore.

Una storia come tante, vero, però Van Sant non banalizza la catena di eventi e la necessità di supporto di cui Callahan e il suo gruppo hanno bisogno. Non si cambia dall’oggi al domani, neppure in una pellicola hollywoodiana, questo è ciò che racconta Don’t Worry. Portare avanti la propria vita con drammi irrisolti conduce all’insoddisfazione (parziale o totale, dipende), ecco che il perdono può giocare una parte fondamentale nel tentativo di stare meglio perché si tratta, in primis, di liberarsi di un peso. Con un sorriso.   

Don't worry recensione storia vera

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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